Sabato 23 maggio Alessandro Stillo e Giulia di Martino di Rete ONU hanno portato l’esperienza di Rete ONU alla scuola di politiche “Città oltre la Crescita”, nel corso del panel dedicato al metabolismo urbano. Si è parlato del ruolo dei waste pickers come attori invisibilizzati nella gestione degli scarti dell’economia lineare, delle sfide che questi lavoratori affrontano quotidianamente e delle potenzialità non sfruttate delle loro competenze.

Si è conclusa domenica 24 maggio a Torino la Scuola di Politiche “Città oltre la Crescita”, organizzata da Fondazione Benvenuti in Italia e MDF – Movimento per la Decrescita Felice, con la collaborazione del collettivo Numega.

Il ciclo di incontri e laboratori si è tenuto da giovedì a domenica della scorsa settimana presso il circolo Arci Kontiki, sede, tra le altre cose, del movimento per il clima Friday’s for Future Torino. Il macro tema della scuola, già esplicitato dal nome di questa seconda edizione, è stato quello della decrescita e della post crescita nelle città. Ogni giornata ha poi avuto un focus specifico su un tema – il metabolismo urbano, l’abitare, l’aggregazione, la mobilità, le strategie e le alternative economiche, affrontato prima con una lezione più frontale tenuta da vari ospiti (ricercatori, attivisti, docenti…), poi attraverso la discussione, il confronto e la rielaborazione a gruppi su temi più specifici. Ogni giornata si è infine conclusa con un momento di restituzione collettiva sui vari punti emersi nei gruppi di lavoro.

Credits foto: Fondazione Benvenuti in Italia

Nella giornata di sabato 23, dedicata al tema del metabolismo urbano, si è parlato di waste pickers con Daniele Vico, dottorando in Ecologia Politica a Barcellona, Alessandro Stillo di Rete ONU e Vivibalon e Giulia di Martino, dottoranda in Sostenibilità e Transizione ecologica a Palermo e attivista di Sbaratto, l’associazione che rappresenta i waste pickers del mercato dell’Albergheria.

Il concetto di metabolismo urbano racchiude l’insieme dei flussi materiali di risorse, energia e scarti che attraversano e sostengono i centri urbani. Interrogarsi su questo implica chiedersi, come si legge nel programma della giornata: che cosa dà energia e sostanza alle città? Cosa è considerato, invece, uno scarto da eliminare? Chi decide cos’è essenziale, cos’è superfluo, qual è la loro distribuzione nel sistema?

La centralità del fenomeno e delle vicende dei waste pickers in questo ambito è emersa con forza: dove infatti l’economia lineare produce, scarta e accumula rifiuti, l’economia informale salva, riusa e reimmette nel mercato materiali di seconda mano a prezzi bassi, accessibili a tutti.

Il tema dell’invisibilizzazione e dell’emarginazione a cui i protagonisti del riutilizzo sono costantemente sottoposti – per pregiudizio, bias, volontà politiche e interessi economici, è importante tanto quanto le nozioni ecologiche per comprendere la natura, le sfide e le potenzialità del fenomeno.

Nel corso della mattinata è intervenuto Daniele Vico, che studia le pratiche del lavoro informale e la gestione dei rifiuti urbani a Barcellona. Le più recenti pubblicazioni sul tema mostrano che a Barcellona ci sono circa 2.000 waste pickers operano a Barcellona in condizioni molto precarie, lavorando quasi 60 ore a settimana per 2€ all’ora. Sono responsabili di circa il 40% della raccolta dei rifiuti metallici della città, contribuendo a risparmiare tra le 42 e le 47 mila tonnellate di emissioni di CO2 e 48-80 mila m³ di acqua ogni anno.

Credits foto: Fondazione Benvenuti in Italia

Nel pomeriggio Alessandro Stillo ha presentato la storia e il percorso di Vivibalon e di Rete ONU, mentre Giulia di Martino ha parlato di Palermo e di Sbaratto. In entrambi gli scenari è emersa l’importanza della sindacalizzazione di una categoria di lavoratori che le istituzioni scelgono di non vedere e difendere. Oggi più che mai: sia il mercato dell’Albergheria che il Barattolo di Via Carcano stanno subendo attacchi e restrizioni che complicano lo svolgimento di un lavoro già di per sé precario e complesso.

Credits foto: Fondazione Benvenuti in Italia

In Italia i waste pickers sono tra i 60.000 e i 70.000 e reimmettono ogni anno in circolo tra le 197.400 e le 230.000 tonnellate di beni, evitando che più di 1400 tonnellate di CO2 vengano emesse nei processi di smaltimento. A dirlo è l’ultimo studio realizzato sul campo dall’Università scozzese St. Andrews. Sono numeri impattanti, che dovrebbero portare tutti a chiedersi: come  mai le recenti politiche sull’economia circolare (a livello nazionale ed europeo) non tengono conto del lavoro di riutilizzo che i waste pickers portano avanti da molto prima che si parlasse di sostenibilità ambientale? Perché l’economia informale non viene integrata e regolarizzata, forte delle competenze – anche innovative – di chi da sempre dà una seconda vita a ciò che l’economia capitalistica non considera altro che uno scarto?

Il tema dei waste pickers ha una dimensione globale: sono decine di milioni i lavoratori informali impegnati nel recupero e nel riutilizzo di materiali di scarto, i rifiuti dell’economia lineare.

Nel Sud globale i waste pickers in alcuni casi hanno raggiunto uno status e un riconoscimento formale, frutto di anni di lotte che fa si che siano inclusi nelle decisioni normative che li riguardano. Nel Nord, il fenomeno è considerato un fenomeno patogeno, sviluppatosi ai margini della società. Non si considerano mai le tradizioni lavorative da cui deriva, perché l’industrializzazione e l’istituzione di catene formali di raccolta dei materiali hanno comportato l’emarginazione degli attori del riutilizzo. Come spesso accade, la marginalizzazione ha comportato anche la demonizzazione degli esclusi, spesso target di campagne politiche demagogiche.

In Italia, Rete ONU dal 2011 rappresenta i waste pickers a livello nazionale. La rete, affiliata all’International Alliance of Waste Pickers (IAWP), difende la voce dei raccoglitori, che da 2001 sono privi di una categoria formale di riferimento e non possono quindi lavorare regolarmente. La strategia elaborata a Torino e a Palermo (e per un certo periodo anche a Roma), è stata quella di unirsi in associazioni grandi abbastanza da presentarsi come interlocutore ai tavoli di concertazione dove si delibera sulle concessioni delle istituzioni allo svolgimento dei mercati di usato.

La formula dell’associazionismo è stata in molti casi la strada attraverso cui i waste pickers hanno rivendicato il loro protagonismo politico a partire da un’organizzazione dal basso, tarata sulla loro realtà e sulle loro esigenze. Chi non ha mai vissuto la marginalità estrema non può capire cosa significa essere nei panni di chi invece la subisce giornalmente. Alla lotta per il lavoro si somma l’impegno della lotta alla casa, alla sanità, alla sicurezza. La scelta del lavoro regolare e dell’impegno politico è in questo contesto encomiabile. Ma se la sordità (o gli interessi) delle istituzioni rendono impossibile un cammino verso la formalità, la legalità diventa un’opzione poco conveniente o invitante.

Quando si parla di transizione ecologica, è giusto chiedersi se la logica con cui viene adottata nelle nostre città europee non sia da rivedere (o ribaltare), alla luce di una rivalutazione e implementazione delle potenzialità delle economie non energivore e non industriali di cui i waste pickers sono un esempio lampante.


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