In Italia la comunità rom rappresenta uno degli attori più significativi nel panorama del riutilizzo informale: nella sola città di Roma 10 milioni di oggetti ogni anno trovano una seconda vita grazie al recupero e alla vendita dei rom, che si occupano anche di raccolta e selezione dei materiali ferrosi e di recupero di materiali ingombranti. Nel campo del riutilizzo, il ruolo della comunità rom è innegabilmente tra i più virtuosi e lungimiranti, ma ad oggi continua a rimanere informale: le istituzioni non valorizzano queste competenze oggi essenziali, e negli anni hanno spesso sottovalutato tutte le iniziative proposte per la regolarizzazione del loro lavoro.

L’attività principale della popolazione rom a livello mondiale è sempre stato il commercio: quando ancora queste popolazioni erano nomadi, si occupavano di produzione e vendita di oggetti di artigianato, attrezzi per la cucina, per la casa, per il giardinaggio. Con il passaggio alla sedentarietà (avvenuto in Europa dopo la seconda guerra mondiale), e con le trasformazioni del mercato globale, la loro attività economica è cambiata: hanno smesso di commerciare artigianato per dedicarsi al recupero di oggetti usati. In varie forme: dallo smercio di abiti usati, oggetti per la casa o da collezionismo, libri, mobili, attrezzature elettroniche tecnologicamente superate usate come ricambi. Il tutto da rivendere a mercatini dell’usato formali o informali spesso interamente gestiti da queste comunità. Con il tempo e su richiesta degli acquirenti alcuni di loro si sono specializzati nel recupero di merci particolari come vecchi dischi, fumetti, stampe e pezzi di archeologia elettronica, apparecchi stereo, radio e televisioni. Tutte merci che provengono dagli scarti della gente, che i rom acquisiscono e poi rivendono in varie modalità: su chiamata sgomberando locali, cantine o soffitte, da donazioni o da magazzini, oppure frugando direttamente dai cassonetti o intercettando le merci ancora utilizzabili destinate alle isole ecologiche o ai centri di raccolta.

Nel 2008 una ricerca dell’Osservatorio sul Riutilizzo ha censito la presenza di almeno 572 microimprese informali costituite da operatori rom. A ogni operatore corrisponde una famiglia, e ogni famiglia impiega circa 4 persone per il lavoro di raccolta nei cassonetti e di esposizione della merce: nel 2008 dunque si è stimata la presenza di almeno 2.288 rom impiegati nel settore. Il fatturato di questo segmento si aggirava, secondo i nostri dell’Osservatorio, ad almeno 10 milioni di euro annui.

Le difficoltà strutturali di accesso al mercato del lavoro della comunità rom, da sempre oggetto di stigma e pregiudizio, combinate con un sistema di gestione dei rifiuti incompiuto, spiegano come e perché molti rom a Roma siano diventati raccoglitori e rivenditori informali di materiali usati. 

La città di Roma è quotidianamente perlustrata da questo esercito silenzioso ed efficiente, composto da persone che con l’esperienza hanno sviluppato un’abilità fuori dal comune nel distinguere a una prima occhiata gli oggetti riutilizzabili e quelli ormai insalvabili. Questa pratica, oltre che a essere la principale fonte di reddito di moltissime persone, ha un positivissimo impatto ambientale, economico, culturale e sociale. A livello ambientale si riduce progressivamente la massa di rifiuti composta da beni riutilizzabili riducendo l’impatto sull’ecosistema. Basti pensare che solo a Roma ogni anno vengono riutilizzati 10 milioni di oggetti: una vera e propria montagna di potenziali rifiuti che senza l’intervento dei waste picker sarebbe finita in discarica diventando percolato inquinante del ciclo dell’acqua e biogas responsabile del surriscaldamento dell’atmosfera, oppure sarebbe stata incenerita producendo ceneri tossiche e disperdendo nell’aria diossine e polveri sottili o, infine, sarebbe stata riciclata (come ipotesi migliore), con l’impiego di energie non rinnovabili e generando scarti di produzione.

Esiste anche un altro aspetto del fenomeno: una parte ingente della popolazione rom che lavora nell’ambito si occupa della raccolta e della rivendita dei materiali ferrosi da rivendere a rottamatori o a centri di raccolta e riciclaggio per qualche centesimo al chilo. I rom sono espertissimi nel riconoscere un materiale appena se lo ritrovano tra le mani, sanno stimarne il valore a colpo d’occhio: il più pregiato è l’ottone giallo, poi quello bianco, l’alluminio, il profilo, il cartier, l’alluminio… L’attività di raccolta di materiali ferrosi negli ultimi anni ha avuto una importante svolta in termini di regolarizzazione grazie a delle cooperative e consorzi che a livello nazionale l’hanno favorita, tra cui: Consorzio Equo, Drinn Green Società Cooperativa e Pro Service cooperativa sociale

Un altro fragmento di persone si occupano invece di sgombero di materiali pesanti – divani, mobili, materassi e reti di letti… Tutto ciò che ha bisogno di un camion per essere trasportato.

A Roma, i rom rappresentano il primo anello della catena del riutilizzo, di cui sono i massimi esperti – conoscono a memoria tutte le strade, sanno dove è più probabile recuperare materiali usati, e, conoscendo gli orari di ritiro di AMA (l’azienda che si occupa dei rifiuti della capitale), sanno quando compiere i loro giri prima che i cassonetti vengano svuotati e il potenziale bottino perduto. Ma non ci sono solo rom: negli anni, il riutilizzo è diventata una speranza di vita per molte persone che per vari motivi non hanno la possibilità di accedere al mondo del lavoro. Migranti, disoccupati, pensionati, studenti che svolgono questa attività come unica fonte di reddito. Questa pratica, non necessariamente da sola, può garantire a queste persone un futuro di inclusione economica e sociale dignitosa.

Con l’aumento complessivo della massa dei rifiuti, l’attività di recupero e riutilizzo praticata dai Rom è aumentata in modo considerevole negli ultimi anni, anche grazie al lavoro delle ultime comunità che si sono inserite in questo settore (rumene e bulgare).

I “pijatas romanò”, i mercatini rom a Roma

Dal 2002 in poi, dopo l’entrata in vigore delle nuove norme sull’immigrazione (la legge Bossi – Fini), Opera Nomadi, attraverso le Cooperative Phralipè e Romanò Pijatas, si è attivata nel cercare di individuare un percorso di legalizzazione e legittimazione per le attività di raccolta informale dei Rom, anche per certificare un’attività lavorativa regolare attraverso cui poter accedere al titolo di soggiorno anche nelle nuove condizioni date.

L’interesse infatti era (ed è) duplice e reciproco: se tutti beneficerebbero del lavoro regolarizzato di chi smercia oggetti usati a basso prezzo, per le persone rom c’è anche un’altra questione: avere un reddito proveniente da una fonte legale è strettamente necessario per avere il permesso di soggiorno. Con questo obiettivo erano stati creati i mercatini pijatas romanò, che erano stati autorizzati dai vari municipi e con il pagamento da parte degli espositori dell’occupazione suolo pubblico e delle pulizie da parte dell’azienda municipale ambiente (AMA).

Nell’intenzione dei promotori, questo era anche un modo per far conoscere ai romani la cultura rom, e a tal fine erano state promosse, all’interno del mercatino, attività culturali come la danza, la musica, la lavorazione dei metalli, la predizione del futuro attraverso i fondi del caffè o della mano e mostre storiche documentarie. Il primo mercatino stabile di questo esperimento è stato in Via di Casal Tidei, dove 300 espositori rom provenienti da tutte le comunità della capitale esponevano regolarmente le loro merci insieme ad espositori appartenenti ad altri gruppi sociali.

L’esperimento, durato circa tre anni, è stato sospeso a causa dell’enorme numero di espositori rom che affluivano anche nei giorni non stabiliti e che rendevano difficile lo svolgersi del mercato secondo le norme prescritte. Ma da un’altra ottica, quest’affluenza era – all’opposto – indirettamente indicativa dell’importanza dell’attività attuale dei Rom nella linea dei rifiuti e di quella, ben più rilevante, che potrebbero avere in prospettiva se valorizzata adeguatamente. Per risolvere il problema nato a Casal Tidei, gli organizzatori e le istituzioni hanno preferito il passaggio da un’esperienza unitaria (con tutti i Rom di Roma) una riproposizione dei mercatini a livello di singolo municipio in cui i Rom potevano esporre solo nel municipio di appartenenza. Concetto abbastanza inconcepibile per i Rom, poco abituati a concepire confini geografici di alcun tipo.

I pijats romanò dopo l’esperimento in via di Casal Tidei si sono espansi: sempre nello stesso municipio in Via del Mirtillo, in via Zanibelli e via Longoni (attuale V Municipio) nell’area parcheggio di Grotte Celoni (attuale VI municipio), sul Lungotevere Dante (attuale VIII municipio), in via Poggio Verde (attuale XI municipio), a Piazzale Ennio Flaiano (attuale municipio Roma III).

Ma altri problemi sono arrivati con la ristrutturazione di Porta Portese nel 2007, quando molti rigattieri rom, italiani e di altre nazionalità furono espulsi dal mercato. Questa espulsione ha creato molti problemi nella gestione degli altri mercatini autorizzati: gli espulsi da Porta Portese si sono riversati nelle altre piazze di vendita allora esistenti, tra cui quella di Casal Tidei. Il clima di disordine provocato da questo esubero generò un allarmismo diffuso che, coinciso con il rinnovo della giunta municipale, provocò la sospensione delle autorizzazioni anche negli altri mercatini. La rinnovata sregolarizzazione dei rom causò prevedibili riedizioni di fenomeni di abusivismo, occupazione arbitraria di spazi, compravendita di postazione e sfruttamento degli operatori più indifesi, taglieggiati e sottoposti a vari tipi di vessazione.

Dopo le elezioni comunali, l’esperienza dei mercatini rom è stata replicata in Via Longoni (VII Municipio), in via della Vasca Navale (XI Municipio) e in Piazzale Ennio Flaiano (IV Municipio). Anche in questi casi l’istituzione dei mercati non è stata pacifica. E infatti, a fine 2009, tutte le autorizzazioni e le esperienze legali di mercatini rom sono terminate.

Il risultato di queste vicende è che la maggior parte dei rigattieri rom di Roma è in questo momento priva di un mercato ufficiale e legale di riferimento. Tuttavia l’attività di vendita di merci usate è, a dispetto di tutto, una fonte di reddito importante per moltissime famiglie, ragion per cui moltissimi rom la praticano tuttora in modo abusivo. Soprattutto di notte, i mercatini non autorizzati spuntano come funghi: nelle prime ore del mattino, i venditori rom si avviano con la loro mercanzia  da posizionare in punti strategici come l’uscita della metro, svincoli stradali, parcheggi di supermercati. Spesso durano pochissimo per evitare le ronde della polizia, davanti alla quale le persone non avrebbero modo di difendersi in nessun modo. I casi variano: alcuni di questi mercatini sono stabilmente abusivi ma tollerati, altri invece rudemente repressi.

Un potenziale sottovalutato

Nonostante il grande contributo che i rom offrono all’ambiente e le recenti innovazioni normative, sia nazionali che europee, che riconoscono il valore delle reti locali del riutilizzo, non si registra ancora alcun vero segnale, da parte delle amministrazioni centrali e locali, che vada nella direzione di una reale regolarizzazione del fenomeno.

Le presenze dei rigattieri rom nei mercati ufficiali, pur restando significative, diventano via via più sporadiche, mentre i mercati informali e spontanei sono sempre più oggetto di sgomberi, sanzioni e sequestri di merce. Gli operatori rom dell’usato risultano quindi sotto pressione in tutta Italia: dai mercati delle periferie romane al noto mercato di Porta Portese, dal mercatino accanto allo stadio San Nicola di Bari fino a quelli di Bonola (Milano) e di Piazza Garibaldi a Napoli. Nel 2011, in piena emergenza rifiuti, a Napoli i rom riuscivano a recuperare il 90% dei rifiuti: il potenziale di questo lavoro duro e dignitoso è immenso. Non si tratta di assistenzialismo, ma di valorizzazione delle competenze preziose, da mettere a frutto per ottenere un vantaggio diffuso e condiviso.

L’amministrazione dovrebbe introdurre norme che permettano agli operatori rom di svolgere la propria attività in modo sereno, senza la costante minaccia di sgomberi, revoche di autorizzazioni o altri arbitri che ricadono su chi è costretto a operare nell’abusivismo. In qualsiasi mercato rionale privo di regole regnerebbe il caos di cui si accusano i mercatini rom, e anche i problemi di decoro e pulizia riscontrati derivano principalmente dall’assenza di regole adeguate per la raccolta e l’esposizione dei beni. I mercatini continuano ad esistere e a svilupparsi, e per questo necessitano norme eque e concretamente applicabili. Le istituzioni locali e la polizia municipale dovrebbero diventare un punto di riferimento e tutela per gli operatori dell’usato rom, invece di rappresentare una minaccia. L’amministrazione, in accordo con i municipi, dovrebbe mettere a disposizione spazi pubblici, consentire ai mercati di mantenersi attivi oltre i limiti previsti per le manifestazioni culturali (inadeguati alla natura professionale della microimpresa rom) e prevedere specifiche restrizioni sulle tipologie merceologiche ammesse, così da eliminare definitivamente la presenza di ricettatori.

Il Comune dovrebbe riconoscere che il settore dell’usato costituisce la principale fonte di lavoro per la comunità rom e, di conseguenza, uno dei canali più efficaci per uscire dall’emarginazione economica e dalle forme di microcriminalità che ne derivano. Un mercatino rom ben organizzato e regolamentato produce più benefici sociali di milioni di euro spesi in politiche assistenziali. E, per l’amministrazione, tutto questo non comporta alcun costo.

Nel campo del riutilizzo, il ruolo dei Rom è innegabilmente tra i più virtuosi e lungimiranti. Eppure, un decennio di esperienze positive di regolamentazione dei mercatini del riuso e della raccolta di materiali ferrosi e rifiuti ingombranti — come dimostrato dai casi di Mestre, Roma e Reggio Calabria — rischia oggi di svanire nel nulla.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *