Rete ONU

Rete ONU

Il 22 Novembre 2011 gli operatori e gli organizzatori dei mercati storici e delle pulci, delle fiere e delle strade, delle cooperative sociali, delle cooperative di produzione lavoro che lavorano nel sociale, delle botteghe di rigatteria e dell’usato e dei negozi in conto terzi si sono costituiti in un’unica grande associazione, la Rete ONU (Rete Nazionale Operatori dell’Usato).

Il 22 Novembre 2011 gli operatori e gli organizzatori dei mercati storici e delle pulci, delle fiere e delle strade, delle cooperative sociali, delle cooperative di produzione lavoro che lavorano nel sociale, delle botteghe di rigatteria e dell’usato e dei negozi in conto terzi si sono costituiti in un’unica grande associazione, la Rete ONU (Rete Nazionale Operatori dell’Usato).

La storia di Rete ONU ha avuto inizio nell’aprile del 2011, quando circa 100 operatori dell’usato, rappresentanti di migliaia di persone occupate nel settore, giunsero a Torino da tutta Italia per partecipare a una due giorni di dibattiti, tavole rotonde e conferenze finalizzati a fare il punto della situazione sul settore. A ospitare l’evento erano gli ampi locali dell’Arsenale della Pace. Alessandro Stillo, ex presidente di Rete ONU, in un’intervista ha raccontato di quelle giornate:

“Cooperative sociali, negozi dell’usato conto terzi, rovistatori di cassonetto, ambulanti, svuota cantine e organizzatori di mercati: mondi che fino a quel momento non si erano mai parlati tra di loro si resero conto di avere più interessi in comune che divergenze. Gli operatori dialogavano fittamente non solo durante le iniziative in agenda ma anche in piedi, nei ritagli di tempo, tra corridoi, cortili e baretti. Tutti quanti soffrivano, e continuano a soffrire, a causa di un quadro normativo poco compatibile con la loro attività e la loro esistenza. Gli ambulanti, disperati, dopo l’abolizione dell’articolo 121 del TULPS, tolta l’eccezione dell’area di libero scambio torinese, non riuscivano più a trovare forme per regolarizzarsi ed erano costretti a lavorare in uno stato di completa vulnerabilità. Gli sgomberatori di locali non sapevano dove disfarsi dei materiali raccolti non riutilizzabili perché i centri di raccolta non consentivano loro l’accesso. I negozi in conto terzi, privi di un codice Ateco adeguato, venivano massacrati da tariffe rifiuti uguali a quelle della grande distribuzione ed erano costretti a pagare l’Iva ad aliquota piena nonostante su quei beni l’imposta fosse già stata pagata. Le cooperative sociali, dal canto loro, si trovavano a gestire attività di riutilizzo legate al mondo dei rifiuti senza che la legge offrisse strumenti chiari per reimmettere in circolazione l’usato.” 

“In quei giorni”, prosegue Stillo, “davanti ai miei occhi si aprì un universo umano incredibilmente ricco e variegato. Le istanze e gli approcci naturalmente erano molto diversi tra di loro, ma c’era una forte volontà di unirsi e tutti quanti capimmo, abbastanza chiaramente, che per creare un’unica, potente voce di categoria sarebbe stato sufficiente armonizzare i punti di vista in una piattaforma articolata e coerente, scritta con linguaggio tecnico e dotata del sufficiente spessore politico”.

Sette mesi dopo gli operatori dell’usato si riunirono nuovamente a Napoli, e dopo ulteriori riunioni e consultazioni decisero di costituirsi formalmente in un’associazione. Il nome prescelto fu, appunto, Rete ONU, acronimo imperfetto di Rete Nazionale Operatori dell’Usato scelto per scimmiottare le Nazioni Unite e irrompere sulla scena mediatica con un approccio divertente.

Il primo comunicato stampa della Rete si apriva ironicamente in questo modo:

L’O.N.U. SBARCA A NAPOLI PER SALVARE IL PAESE! Costituita formalmente a Napoli la Rete Nazionale degli Operatori dell’Usato

La nota per la stampa si concludeva con lo stesso stile:

I Caschi Blu dell’Usato daranno vita a una battaglia pacifica ma intensa, e non si ritireranno fino a quando i contenuti del loro Manifesto e della loro Piattaforma non diventeranno legge nazionale.”

Da allora, grazie a un intenso lavoro di advocacy, gli operatori dell’usato riuscirono  a diventare un interlocutore riconosciuto e finalmente consultato sulle proposte di legge che li riguardavano.

Nel 2013 il ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, riconoscendo  l’importanza del loro lavoro, adottò un Programma Nazionale di Prevenzione dei Rifiuti (tuttora in vigore) dove nel punto 5.3 è scritto che: “Il riutilizzo nelle sue diverse forme ricopre un ruolo fondamentale e rientra a pieno nel campo della prevenzione […] Per incrementare i volumi di riutilizzo occorre pianificare azioni che rimuovano o contribuiscano a rimuovere gli ostacoli che inibiscono lo sviluppo del settore dell’usato. Oltre al problema logistico e strutturale rappresentato dall’assenza di flussi certi di approvvigionamento, l’usato soffre di gravi problemi legati a sommersione, fiscalità e concessione di spazio pubblico. Problemi ed esigenze del settore degli operatori dell’usato sono descritti nella piattaforma della Rete Nazionale degli Operatori dell’Usato”.

Nella XVII legislatura in Parlamento furono presentate quattro proposte di legge di riordino del settore ispirate alla piattaforma di Rete ONU, ma nessuna di esse fu incardinata. Nella XVIII legislatura, invece, a fronte di quattro analoghe nuove proposte di legge promosse dagli onorevoli Vignaroli, Lucchini, Braga e Muroni, il Presidente della Camera ha avviato l’iter parlamentare incardinandolo nelle Commissioni Ambiente e Attività Produttive e tra marzo e aprile del 2019 gli operatori dell’usato hanno avuto la possibilità di spiegare dettagliatamente il loro punto di vista ai parlamentari. Dopodiché, per quasi tre anni, il percorso è stato sospeso a causa dell’instabilità politica e di imprevisti di vario tipo. All’inizio del 2022 la presidente della Commissione Ambiente del Parlamento, Alessia Rotta, ha dichiarato a Rete ONU di aver ricalendarizzato la discussione legge ma le Camere sono state sciolte prima che il dibattito potesse avvenire. La partita è dunque ancora aperta e proseguirà nella XIX legislatura.

Il settore del riutilizzo in Italia

Il settore del riutilizzo in Italia è un comparto produttivo che conta almeno 50.000 operatori, 80.000 persone coinvolte complessivamente e un volume di scambi in continua crescita. È un settore che crea opportunità di lavoro, assorbimento sociale ed opportunità di consumo a basso costo, riduce significativamente lo spreco, esalta l’attenzione verso la qualità, conserva e rinnova nello scambio di cose appartenenti ad altre epoche la cultura materiale e la diffusione del sapere tra le generazioni, ridà corpo e senso allo scambio gratuito che è presente nella catena di distribuzione, rappresentando un autentico antidoto ai guasti della crisi economica e sociale che stiamo attraversando.

Il settore dell’usato evita il conferimento in discarica di ingentissimi volumi di potenziali rifiuti. In base a studi a campione compiuti dall’Osservatorio sul Riutilizzo e alla comparazione con altri studi europei, si stima che tra il 5% e il 10% dei rifiuti urbani sia potenzialmente riutilizzabile, e che il raggiungimento dell’intero potenziale sia possibile e pensabile solo grazie all’applicazione della preparazione al riutilizzo e alla distribuzione all’ingrosso agli operatori dell’usato.

La recente attenzione normativa in materia di riuso è ancora un timido affaccio su un mondo che, nonostante il suo radicamento popolare, non ha mai incontrato l’attenzione del legislatore, piuttosto incline ad assimilarne le regole ad altri comparti, o a lasciare veri e propri vuoti normativi, riempiti su scala locale con provvedimenti atti a salvaguardare salute e ordine pubblico, piuttosto che volti a considerare tali attività come portatrici di sviluppo, e di benefici ambientali e sociali.

Eppure il riutilizzo, secondo le linee comunitarie, è uno dei settori guida per il rilancio economico dell’Europa. Il vuoto normativo esistente in materia affligge oggi l’intero comparto degli operatori dell’usato, impedendone il riconoscimento specifico, e quindi lo sviluppo di un’attività che offre al Paese esternalità positive sui terreni dell’ambiente, della cultura, dell’occupazione e dell’avviamento al lavoro dei soggetti deboli. La sfida di oggi consiste nel sostenere, promuovere e far emergere il settore dell’usato perché esso esprima completamente le sue potenzialità e le metta a servizio del Paese.

Oggi Rete ONU rappresenta circa 13.000 addetti dell’usato e Alessandro Stillo è ottimista. “Gli operatori dell’usato, che prima erano invisibili, grazie a Rete ONU sono diventati un player riconosciuto dell’economia circolare. Le nostre radici sono molto antiche, si tratta di un settore storico. Ma è, allo stesso tempo, un settore innovativo che procede veloce verso il futuro. Il nostro è un grande melting pot generativo, dove operatori informali, organizzazioni non profit, e imprese micro, piccole e medie interagiscono tra di loro reinventandosi continuamente. Ora, in seguito alle norme della responsabilità estesa del produttore, le grandi industrie e i grandi brand si apprestano a entrare a gamba tesa nel nostro mercato e immaginano di prenderne il controllo. Ma lo scenario è più fluido di quanto credano. Le idee spontanee che nascono per strada, nei mercati, nelle fiere, nelle botteghe e nei piccoli magazzini sono, a volte, molto più potenti e gravide di futuro di quelle che vengono pianificate a tavolino nei grattacieli delle grandi corporation”.


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