Aleramo Virgili, come ex operatore di Opera Nomadi e membro di Rete ONU, ci ha raccontato la sua esperienza come promotore della regolarizzazione del lavoro del riutilizzo della comunità rom romana.

Quando e perché è iniziata l’iniziativa dei mercatini rom?

L’esperienza dei mercatini dell’usato e dell’artigianato tipico è un’attività che risale molto addietro nel tempo. E’ da secoli che la pratica dei mercatini è portata avanti dai rom, che sono dei commercianti nati. Non l’abbiamo inventato noi il mercatino rom!

Quindi la compravendita è una delle attività tipiche del popolo rom, ma è solo dal 2000 al 2010 circa che a Roma questi mercatini sono stati svolti in maniera regolare con autorizzazione municipale, dietro pagamento della tassa di occupazione del suolo pubblico, pulizia dell’AMA e assicurazione.

La necessità di regolarizzare i mercati era diventata infatti pressante con la nuova normativa sull’immigrazione, la cosiddetta legge Bossi Fini (2002), che prevede che per poter risiedere legalmente in Italia è necessario documentare, tra le altre cose, un lavoro e un reddito. Ovviamente non è mai stato semplice per i rom riuscire a documentare le loro attività, che consistevamo o nella raccolta e vendita di metalli (in particolare ferrosi), oppure in attività di vendita di materiale usato, o vendita di oggetti artigianali tipici in rame, abbigliamento tradizionale, stufe in ferro…

La prima esperienza di mercatino autorizzato si è sviluppata nel V municipio a Casal Tidei, zona San Basilio, all’inizio del nuovo millennio, e nasce proprio come mercatino multietnico. Infatti, oltre ai circa 300 espositori rom, partecipavano ai mercatini della domenica anche rigattieri italiani e di altre nazionalità.

Per circa tre anni siamo riusciti a portare avanti questa esperienza, che però è stata sospesa a causa dell’enorme numero di espositori rom che affluivano sia nei giorni stabiliti che non. Si è quindi passati da questa esperienza unitaria (con tutti i rom di Roma) a una replica di questa esperienza a livello dei singoli municipi: i rom potevano esporre solo nel municipio di appartenenza. Siamo arrivati così ad aver cinque mercatini tutti nelle periferie romane di Primavalle, Collatino, Tor Bella Monaca, Laurentina, Ponte Marconi.

I problemi sono arrivati con la ristrutturazione di Porta Portese in cui molti rigattieri rom ed italiani e molte altre nazionalità sono stati espulsi. Ciò ha creato molti problemi nella gestione degli altri mercatini autorizzati. Infatti si sono riversati in questi gli espositori cacciati da Porta Portese. Contestualmente ad un clima di allarme sicurezza, e in coincidenza con il rinnovo della giunta municipale, tutti i Municipi hanno sospeso le autorizzazioni.

La conseguenza è stata una riedizione di vecchi fenomeni di abusivismo, di occupazione arbitraria di spazi e di compravendita di postazioni. Oltre allo sfruttamento degli espositori più indifesi che erano taglieggiati e sottoposti a qualsiasi tipo di sfruttamento.

Attualmente quanti sono i mercatini attivi?

Ad oggi a Roma, a differenza di altre città come Torino e Palermo, non esistono mercatini rom autorizzati ma solo un mercatino multietnico su area privata e una moltitudine di mercatini spontanei in aerre di scambio del trasporto pubblico e di fronte a centri commerciali. Dopo le elezioni amministrative del 2008, la ripresa dei mercatini si è avuta con la riapertura di via Longoni, e di Ponte Marconi, la continuità di Via Cesare Lombroso e la regolarizzazione del mercato del IV municipio a Piazzale Ennio Flaiano.

Con quali criteri erano stati scelti i luoghi dei mercatini?

Siamo partiti dal localizzare queste attività in aree degradate e dismesse che avevano delle funzioni non di tipo sociale, come parcheggi, aree dismesse e mal frequentate, perché non volevamo sottrarre spazi alla collettività ma anzi recuperare spazi degradati per risanarli e restituirli alla comunità sotto forma di servizio. E infatti la clientela dei mercatini era ricca e variegata; l’attività aveva dunque una doppia validità, per chi comprava e per chi vendeva.

A quali comunità appartengono i rom che praticano l’attività?

In genere provengono dall’ex Jugoslavia: Macedonia, Croazia, Montenegro, Serbia, Kosovo e Bosnia Erzegovina. Negli ultimi anni, però, si registrano anche presenze di cittadini rumeni.

Per quanto riguarda i cittadini extracomunitari, vorrei sottolineare un aspetto importante. Con le nuove leggi sull’immigrazione, se non si riesce a dimostrare un reddito si perde il diritto al rinnovo del permesso di soggiorno. Di conseguenza, offrire a queste persone la possibilità di lavorare in modo regolare consente loro di restare sul territorio nazionale, in quanto possono dimostrare di avere un’occupazione. Pertanto, permettere loro di svolgere l’attività di mercato in modo regolare equivale ad aiutarli a rimanere in regola con la legge italiana.

Quali erano i requisiti e le regole per partecipare al mercato?

Il primo requisito era essere in regola con il permesso di soggiorno: una prima scrematura che escludeva almeno l’80%. Il restante 20%, comunque, non si riusciva a sistemarlo completamente.

Abbiamo quindi stilato un vero e proprio regolamento al quale dovevano attenersi tutti i soci della cooperativa. Ad esempio, tutti gli espositori erano tenuti a consegnare agli addetti un’autodichiarazione contenente l’elenco dei beni esposti e la dichiarazione che tali beni sono di loro proprietà, al fine di impedire l’esposizione di merci di dubbia provenienza. Inoltre, i rom erano obbligati a pulire la piazzola, a rispettare gli orari di apertura e chiusura, e così via.

Insomma, abbiamo cercato di regolamentare il più possibile lo svolgimento dei mercati, nel pieno rispetto della legge.

Da dove provengono le merci esposte nei mercati?

I materiali vengono recuperati attraverso diverse attività settimanali: donazioni da parte di alcune parrocchie, dismissioni di vecchie biblioteche, beni usati o tecnologicamente superati provenienti da magazzini, oppure sgomberi di cucine, cantine e soffitte. C’è anche un’attività di monitoraggio dei materiali che vengono abbandonati accanto o dentro i cassonetti e che sono ancora utilizzabili.
 Si tratta quindi anche di un’attività che contribuisce a ridurre la quantità di beni destinati alla discarica, rimettendoli in circolo, perché, come si dice spesso, “ciò che è inutile per una persona non è detto che lo sia per tutte le altre”. Non è raro, infatti, che persone che avevano considerato inutili certi oggetti li ritrovino dopo qualche anno su un banchetto e finiscano per ricomprarli: questo è uno degli aspetti positivi di questa attività.

Come funziona la distribuzione dei compiti inerenti al mercato?

Il titolare del banco non è una singola persona, ma la famiglia, rappresentata in quel momento dal titolare stesso. In genere, durante la settimana lavora tutta la famiglia per recuperare il materiale, mentre la domenica si viene al mercato con il furgone. Tutti partecipano, dal bambino più piccolo alla persona anziana.
 Il recupero dei materiali dai cassonetti o dalle donazioni spetta soprattutto alle mamme e ai bambini, mentre degli sgomberi di soffitte, cantine o dei materiali dismessi da negozi o fabbriche si occupano gli uomini adulti, spesso insieme ai bambini.

Prendiamo ad esempio una famiglia rom tipo, in cui il reddito è cumulativo: possiamo immaginare tutta la famiglia che al mattino parte con i furgoni. Poi magari c’è ancora qualche componente che va al semaforo a chiedere l’elemosina o a lavare i vetri, anche se ormai sempre meno; c’è chi monitora i cassonetti vicino ai magazzini. Proprio i magazzini, infatti, spesso donano merce eccedente perché non hanno spazio per conservarla.

Chi erano i compratori tipo?

Non esisteva e non esiste tuttora un identikit preciso. Ci sono persone che danno un valore “professionale” alla merce e cercano l’affare (valore che i rom difficilmente riescono a riconoscere). C’è chi vive nel mito della “roba rubata” e pensa di trovare chissà cosa. Poi c’è tutta la filiera dell’usato: molti compratori che frequentano questo mercato li ritroviamo anche in mercatini più strutturati, organizzati da soggetti diversi.
Esiste inoltre un percorso che porta queste merci fino agli antiquari, anche nel centro storico. In un certo periodo storico, ad esempio, c’è stato il boom dei bauli acquistati a pochissimo, ristrutturati e poi rivenduti a prezzi molto elevati.

Alla fine della giornata, quando facevamo le pulizie dell’area e buttavamo nei cassonetti quello che non era stato venduto, notavamo spesso che ci sono diverse persone non solo motivate da problemi economici (molti italiani) che recuperano queste merci e se ne appropriano direttamente nei cassonetti.

Nel rapporto con i rom che tipo di problemi avete riscontrato?

Non sono tutti uguali tra loro: esiste una differenza netta tra chi è in possesso di un permesso di soggiorno e cerca di mantenere una condizione di regolarità, e chi invece non ce l’ha e non ha interesse a rispettare le regole.

Chi perde la possibilità di lavorare nel mercato sa di perdere tutto. Questo genera anche conflitti all’interno della comunità, perché chi punta a ottenere un reddito senza regole segue un certo percorso, mentre chi lo vuole in maniera legale ne segue un altro. Chi è riuscito a costruirsi un minimo quadro di legalità cerca di sottrarsi alle trappole della devianza, sempre in agguato in situazioni di forte emarginazione.

Nessuno nega che esista un mondo al di fuori del mercatino; ma non è eliminandolo che si risolvono i problemi legati all’emarginazione sociale. È certo, però, che senza percorsi di regolarizzazione le questioni di sicurezza e di esclusione sociale non possono che peggiorare, producendo effetti negativi per tutti.

A noi non è mai interessato far emergere chi ha scelto altre strade; ci interessa, piuttosto, valorizzare chi riesce a far emergere elementi positivi attraverso un percorso di differenziazione.

Quali sono secondo te i provvedimenti che dovrebbe prendere l’amministrazione nei confronti dei mercatini?

I mercatini non servono solo ai rom, ma rispondono anche a certi bisogni della cittadinanza, sia delle persone più ricche che di quelle meno abbienti. Per questo motivo, chi amministra non dovrebbe limitarsi alla mera repressione di questa attività basandosi esclusivamente sul pregiudizio della non “tracciabilità” della filiera dell’usato come scusa. Questo modo di agire repressivo in realtà non fa altro che alimentare ancora di più fenomeni di pregiudizio etnico sociale e di razzismo nei confronti di etnie e gruppi sociali che hanno la sola colpa di trovare sostentamento economico e dignità lavorativa in queste attività. Il comune dovrebbe invece, intelligentemente, mettersi al passo coi tempi, rispettando le direttive europee e le leggi nazionali che sostengono il riuso, dando maggiore sostegno ai mercatini dell’Usato.

Ricordiamo che con pochi capitali iniziali e se adeguatamente supportato, il mercatino può essere uno strumento importante per l’emancipazione di molti rom.

Vorrei infine ribadire che le attività di riciclo e riuso di materiali sono quanto mai attuali. Sono una formidabile risposta ai problemi ecologici della nostra società. Nel senso che troppi beni sono considerati, erroneamente e troppo in fretta, superati ed inutili creando quei problemi di smaltimento dei rifiuti che tutti conosciamo.

I rom, grazie a questa attività, sono diventati un soggetto a “vocazione fortemente ecologica”.

Da un punto di vista economico molti beni che si trovano in questi ed altri mercatini dell’usato sono un aiuto verso quei cittadini meno abbienti. Inoltre, nei mercatini si trovano anche dei materiali che rappresentano la nostra tradizione e la nostra memoria storica: tipo utensili in rame, o giradischi d’epoca.


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