Il settore dell’usato in Italia non è una semplice nicchia di consumo, ma un ecosistema economico vitale e autonomo, un gigante “invisibile” le cui dimensioni non possono che sorprendere. Il libro “La rivincita dell’usato” del 2022 di Pietro Luppi e Alessandro Giuliani, esperti di economia del riutilizzo, traccia un vero e proprio itinerario nel mondo dell’usato italiano, un settore tanto complesso quanto impattante e centrale negli sviluppi futuri dell’economia del nostro paese (e non solo). Il libro di Luppi e Giuliani mostra e delinea l’ampiezza di questo mondo, svelandone la struttura, la psicologia e l’impatto.
Il settore dell’usato in Italia non è una semplice nicchia di consumo, ma un ecosistema economico vitale e autonomo, un gigante “invisibile” le cui dimensioni sorprendono. Questa complessità è dovuta a una caratteristica eterogeneità interna, a sua volta causata dal fatto che il settore non è ancora del tutto regolarizzato e gli scambi spesso avvengono in modalità informali.
Adam Minter, autore del libro Second Hand, Travels in the New Global Garage Sale, ha parlato in questi termini dell’economia del riutilizzo: “i beni di seconda mano vestono, educano e intrattengono miliardi di persone in tutto il mondo. E tutto questo è compiuto usando meno energia e molte meno materie prime di quelle richieste per i beni nuovi. Ciononostante, data la tendenza dei governi a focalizzarsi sul valore delle cose fabbricate e vendute nuove, il valore delle cose usate scambiate tra persone e imprese è generalmente invisibile eccetto che per le persone direttamente coinvolte nel comprarle, venderle e movimentarle”. Nel suo libro Minter analizza il commercio internazionale di abiti usati e apparati elettronici e offre focus interessanti sulla situazione negli Stati Uniti, in India, in Ghana e in Giappone. Della situazione italiana parla invece “La rivincita dell’usato” del 2022 di Pietro Luppi e Alessandro Giuliani, esperti di economia del riutilizzo. Il libro traccia un itinerario nel settore dell’usato in Italia, mostrando e delineando l’ampiezza di questo mondo, svelandone la struttura, la psicologia e l’impatto.
In un momento in cui l’economia circolare è tra gli obiettivi primari a livello europeo, il mondo del riutilizzo e i suoi lavoratori potrebbero rappresentare un punto cardine per la svolta sostenibile. Ma questo non sta accadendo: nonostante l’evidenza dei dati sul positivo impatto ambientale del lavoro dei Waste Picker, il pregiudizio della collettività nei loro confronti, storicamente tramandato, si estende alla scarsa considerazione che le istituzioni stanno avendo nell’includerli nelle loro politiche.
Una piccola precisazione prima di introdurre i dati rilevanti nel presentare il fenomeno del commercio di usato: il termine tecnico indicato dalla giurisprudenza per la pratica è “riutilizzo”, e non “riuso”. La specifica è presentata nell’ottica di essere in linea con il processo attualmente in corso per la regolarizzazione e normalizzazione del lavoro dei Waste Picker, in Italia e nel mondo.
I Numeri
Contrariamente a quanto normalmente di pensa, il settore del riutilizzo rappresenta una vera e propria forza economica, il cui impatto è paragonabile a quello dei colossi aziendali di Eni e Telecom. Le stime circa il fatturato annuo di questo settore non sono esatte, in quanto il suo sviluppo avviene tuttora in circuiti non normati e regolarizzati, ma si stima che si aggiri intorno ai 2 miliardi di euro l’anno. Il commercio all’usato fornisce un’importante spinta allo sviluppo sostenibile reimmettendo in circolazione 500.000 tonnellate di beni annui, circa 8 kg per abitanti. Anche da un punto di vista occupazionale l’impatto è rilevante: si stima che siano circa 100.000 i lavoratori coinvolti nel second hand. Se si trattasse di una singola impresa, questa avrebbe un numero di impiegati più o meno equivalente alla somma tra gli impiegati di Eni e quelli di Telecom Italia. Si tratta di numeri che fotografano il successo del settore del riutilizzo italiano, portato avanti in buonissima parte da decine di migliaia di microimprese individuali o a conduzione familiare, e di cui la fetta più grossa degli addetti rientra nella categoria dell’ambulantato debole. Si tratta di svuotacantine, botteghe di rigatteria, rovistatori di cassonetto, “mercatari” e ambulanti di ogni risma, ma ne fanno parte anche enti caritatevoli, imprese sociali, grossisti ed esportatori di abiti usati, operatori autorizzati alla raccolta e al recupero di rifiuti, piattaforme online, organizzatori di fiere, franchising e negozi che implementano software gestionali e piani di marketing avanzati.
Per quantificarne l’impatto, basti pensare che il settore, nel suo complesso, supera in efficienza le performance di economia circolare delle Fiandre, considerate l’avanguardia europea nel campo. La pratica del riutilizzo è antica, naturale, “biologica”, come viene definita nel libro. Nonostante ad oggi essa abbia assunto proporzioni tali da essere considerata una vera e propria forza economica, il suo sviluppo fino ad ora ha funzionato non grazie, ma nonostante l’assenza di politiche pubbliche di supporto. Anche se negli ultimi anni l’urgenza della crisi climatica ha portato all’attenzione delle istituzioni le questioni di economia circolare, ad oggi continuano a non esserci garanzie di tutela e valorizzazione per le pratiche di riutilizzo. I rigattieri e gli svuota cantine, nonostante il loro ruolo di positivo impatto ambientale, da sempre agiscono ai margini della società e della catena economica, posizione che li rende oggetto di stigmatizzazione da parte della popolazione e di non considerazione agli occhi delle istituzioni.
I 4 cardini del sistema
L’ecosistema del second hand non è monolitico e identificabile in un’unica forma, ma essendo spontaneo e spesso auto organizzato poggia forme e strutture differenti. Ne La Venere degli stracci. Miseria, rivolta e potere nella città, libro del 2021, lo scrittore Francesco Migliaccio descrive il mercato storico di Torino dicendo: “Sono convinto che il Balon sia un universo di mondi sparsi, ogni venditore è un mondo. Anche le merci sono sparse in disordine come mondi in un sistema senza gravità”.
Nonostante la sua caratteristica indeterminatezza, non è impossibile tracciare all’interno di questo mondo una struttura generale. Ne “La rivincita dell’usato” sono identificati i suoi 4 macro-comparti, profondamente interconnessi:
- L’ambulantato: la spina dorsale del sistema, con le sue 50.000 microimprese, 80.000 addetti e un fatturato di circa 950 milioni di euro.
- I negozi in conto terzi: piattaforme fisiche di intermediazione tra privati. I suoi 3.000 punti vendita, con i loro 15.000 addetti, generano un fatturato diretto di 400 milioni di euro, raddoppiato se si considera l’intero giro d’affari tra clienti.
- I recuperatori di indumenti usati: gli specialisti del tessile, con 2.000 lavoratori e un valore generato di 160 milioni di euro.
- L’usato online: sono le piattaforme digitali che, con un fatturato di 230 milioni, abilitano e moltiplicano gli scambi tra privati. Questa cifra ufficiale rappresenta tuttavia solo una piccola parte del fatturato complessivo degli scambi online; oltre alle piattaforme infatti, ad oggi sempre più importante di operatori dell’usato fa ricorso a strumenti online per piazzare le proprie merci.
Ad oggi la più classica bottega del rigattiere per come è vista nell’immaginario comune è praticamente in via di estinzione a causa della scarsa affluenza di clienti e dei costi elevati comportati dalla gestione di un negozio fisico.
La regola “Alfa e Omega”
“Chi compra l’oggetto nuovo? Tu. Chi se ne libera quando non gli serve più? Tu. Chi compra l’oggetto usato? Sempre tu. Alfa e Omega, dalla culla alla culla. Il riutilizzo avviene in funzione della tua testa, che è la testa di un consumatore”. Queste parole de La rivincita dell’usato espongono quello che i suoi autori ritengono sia il meccanismo cardine del commercio di usato. La filiera del riutilizzo è una filiera corta; a differenza della catena di produzione lineare classica o anche della più complessa economia circolare, che prevedono tutti gli step complessi di produzione, distribuzione, consumo e produzione di rifiuto, l’economia del riutilizzo parte e finisce “nella testa dello stesso consumatore”. È il singolo infatti che sceglie di far parte di questa catena virtuosa, che decide se e cosa dismettere, dove venderlo o scambiarlo, se e quando ricomprare un altro prodotto usato. Ovviamente il meccanismo cambia leggermente nei vari ambiti interni al settore: se è immediato per quanto riguarda l’usato per conto terzi, nei casi in cui invece la merce dismessa è affidata a uno svuotacantine la catena si allunga un po’.
È possibile anche che l’oggetto o l’abito che si decide di dar via viaggi per chilometri e attraverso molte diverse mani. Ma il punto comune rimane il fatto che a innescare qualsiasi processo di economia del riutilizzo è una decisione del consumatore. Per questo motivo Luppi e Giuliani parlano di regola “Alfa e Omega”, dove testa e coda della catena sono rappresentate dalla testa del consumatore. Uno stesso oggetto potrebbe imboccare molte vie differenti; a determinane il destino sono le decisioni di conferimento e acquisto del singolo. Queste scelte sono un misto tra motivazioni funzionali (vicinanza, comodità, incentivi economici) e non funzionali (fattori emotivi, il senso di colpa per lo spreco, il desiderio di solidarietà, moda e tendenza). Un auspicabile sviluppo “istituzionale” di economia del riutilizzo, deve considerare entrambe le tipologie di motivazioni, affinché possa nascere un sistema di acquisti che tenga conto del vantaggio riservato al singolo consumatore o rivenditore, all’ambiente, e infine al portafoglio.
Aspetti secondari ma decisivi nel comprare usato
La convenienza dell’acquisto di oggetti si seconda mano, pur essendo un fattore di scelta rilevante, non è l’unico. Diverse sono infatti le aree di percezione che spingono all’acquisto dell’usato, e nel 2017 Letron, a seguito di uno studio scientifico compiuto con il professor Secondulfo dell’Università di Verona, ne ha identificate 7:
- La percezione insuperabile dell’oggetto come rifiuto, e che quindi diventa molto difficile da vendere
- Il concetto di “cheap”, quando l’oggetto pare rovinato o di scarsissimo valore e viene dunque venduto a pochissimo prezzo (in questo caso i venditori puntano sulla quantità)
- Il fattore “scoperta”, serendipità, con tutto quel che una scoperta felice ma inaspettata apporta. Nello shopping nei negozi “del nuovo”, e ancor più nello shopping online, la ricerca è solitamente mirata e spesso soddisfatta. Si crede di essere originali e invece non si sta che corrispondendo a quello che la moda del momento decide essere “originale”, “alternativo”. La bellezza invece dell’acquisto all’usato è che questo riserva molte sorprese in più: capi vintage, libri che non si cercavano, cd e quadri di cui non si conoscenza l’esistenza. È l’antitesi della logica delle vendite moderne: non si tratta di un percorso efficiente verso un prodotto specifico, ma un’avventura in un territorio di sorprese. La ricerca ha un valore intrinseco rilevante
- Il ricordo: la nostalgia, malinconia che il termine “saudade” contiene sono stati d’animo facilmente suscitati dalla ricerca tra i mercatini delle pulci
- L’acquisto “smart”. Spesso a parità di prezzo la qualità dell’usato è migliore di quella del nuovo. Che senso ha quindi pagare di più per avere oggetti che valgono meno?
- L’elemento della sostenibilità dell’acquisto di seconda mano. Evitare di comprare prodotti nuovi ha un impatto ambientale decisamente positivo, e oggi, soprattutto tra le nuove generazioni, si è tendenzialmente molto sensibili sul tema. La scelta, oltre che sul piano ecologico, ha un risvolto anche sociale: in molti modi infatti l’usato incorpora aspetti di socialità e condivisione.
- L’usato d’elite. Dal lato opposto della merce “cheap”, esiste tutta una sfera di commercio di usato che segue gusti e tendenze di nicchia. Questo commercio attira intenditori, collezionisti, persone appartenenti a una particolare “sub cultura”.
Per concludere, il settore del riutilizzo in Italia è una realtà complessa e variegata, da valorizzare per i suoi evidenti vantaggi economici, ambientali e personali. L’auspicio è che i suoi meriti vengano riconosciuti e inglobati nelle politiche attualmente in corso nel campo dell’economia circolare. Comprendere le dimensioni, la struttura e le motivazioni profonde di questo fenomeno, marginalizzato ma decisamente di primo piano, è un passo importante per sfruttarne le potenzialità.


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