A Roma, a partire dagli anni ‘90, la comunità rom ha sviluppato un’economia informale del riuso basata sul recupero e sulla vendita di beni usati. Attraverso mercatini spontanei, centinaia di famiglie hanno trovato una fonte di reddito in attività di raccolta, selezione e rivendita di oggetti trovati nei cassonetti. I tentativi di regolarizzazione promossi a partire dai primi anni duemila tramite la cooperativa Phralipè hanno portato all’apertura di mercati autorizzati e all’inquadramento formale di molti operatori. Le successive politiche di repressione e il ritiro delle autorizzazioni hanno però smantellato queste esperienze, riportando il lavoro del riuso nell’informalità. Lo raccontano Pietro Luppi e Ettore Sole, autori del libro “Il salto della pulce” (2015)

Roma è la città italiana con la più alta concentrazione di popolazione rom. All’inizio degli anni Novanta divenne il principale approdo per migliaia di profughi in fuga dall’ex Jugoslavia, tra cui molti rom korakanhè di origine bosniaca. Relegati in campi informali e spesso fatiscenti ai margini della città, queste persone dovettero trovare dei modi per riuscire a sopravvivere.

In un contesto urbano fortemente consumistico come quello romano, i rom trovarono lavoro nel mondo dell’usato. Gli uomini si dedicarono soprattutto alla raccolta dei metalli, recuperando vecchi furgoni, Apecar e pick-up per rivendere ferro e rame nei centri di raccolta privati. Ma la soluzione più innovativa arrivò da un’attività inizialmente portata avanti dalle donne, che riuscirono ad acquisire un ruolo di protagonismo nell’economia della loro comunità iniziando a rovistare (spesso con l’aiuto dei figli) nei cassonetti alla ricerca di oggetti ancora in buono stato da rivendere: vestiti, utensili, piccoli elettrodomestici, giocattoli. Ogni cassonetto conteneva in media un valore complessivo di 5000 lire di oggetti usati, che una volta recuperati inizialmente venivano venduti quasi esclusivamente all’interno dei campi rom. Per far fronte alla quantità di merci, nacquero piccoli mercati delle pulci improvvisati: parcheggi, piazzette, spazi residuali vicino ai campi. Si trattava di mercatini fantasma (in quanto informali e non autorizzati), che comparivano all’alba del sabato o della domenica e scomparivano poche ore dopo, per evitare di attirare l’attenzione dei vigili urbani. Col tempo anche la clientela cambiò. Accanto agli acquirenti rom iniziarono ad arrivare migranti di altre nazionalità e, sempre più spesso, anche italiani.

Nel 1999 questa economia informale fu notata da Aleramo Virgili, operatore di Opera Nomadi, un’organizzazione senza fine di lucro che forniva assistenza al popolo rom. Nel lavoro con i rom, Virgili scelse di focalizzarsi sul tema del lavoro in quanto mezzo di emancipazione economica e sociale. Ma quando cercava di promuovere l’inserimento lavorativo dei rom nelle sedi istituzionali, si scontrava con un muro di scetticismo: “Sono zingari, non riusciremo mai a convincerli a lavorare”, gli dicevano. Il pregiudizio nei confronti dei rom persisteva nonostante la realtà quotidiana del suo sportello raccontasse tutt’altro. I rom infatti, contrariamente alla narrazione comune, non erano disoccupati: lavoravano, ma in un’economia informale che lo Stato non vedeva e quindi non riconosceva. Il rovistaggio nei cassonetti e la vendita nei mercati abusivi erano attività sistematiche, organizzate, ma escluse dal lavoro formale. Questa condizione creava loro numerosi problemi: difficoltà nel rinnovo dei permessi di soggiorno (vincolati all’esistenza di un contratto di lavoro o di un reddito ufficiale), rischio costante di accuse di ricettazione, impossibilità di tenere una contabilità regolare, guadagni troppo bassi per sostenere le tasse.

La svolta arrivò da una proposta di una donna rom: unirsi in una cooperativa e regolarizzare i mercatini. Una cooperativa esisteva già, era la cooperativa Phralipè, che però veniva usata solo per progetti sporadici. Nel giro di poco divenne il mezzo di regolarizzazione di centinaia di venditori rom.

L’idea era registrare tutti gli espositori come soci di un’unica cooperativa, ottenere autorizzazioni ufficiali, pagare il suolo pubblico, organizzare la pulizia, centralizzare la contabilità e garantire a ciascun operatore un reddito formalmente riconosciuto. Le spese sarebbero state sostenute grazie a contributi pagati dai soci della cooperativa, che se fossero stati abbastanza avrebbero dovuto versare solo pochi euro a settimana. Si sperava che, sviluppando il rapporto con ogni singolo operatore, si potessero studiare forme per regolarizzare anche le forme di approvvigionamento.

Nel V Municipio, nel quartiere di San Basilio, venne concesso un parcheggio inutilizzato la domenica mattina. Nacque così il mercato ribattezzato “San Basilico”, storpiatura dovuta alle difficoltà linguistiche diffuse nella comunità rom. Il progetto ebbe successo: in pochi mesi gli espositori erano più di 300, non solo rom.

Nonostante l’entusiasmo, i problemi furono numerosi. A fine mercato arrivavano rovistatori che ribaltavano i rifiuti in cerca di merce invenduta; i mucchi di immondizia venivano trascinati dal vento; casi di ricettazione, seppur minoritari, iniziarono a emergere (spesso i furti erano commissionati da italiani, non dai rom).

Il V Municipio decise così di non rinnovare l’autorizzazione. Il mercato continuò in forma abusiva con la conseguenza che i fenomeni di illegalità prima diffusi solo in piccolissima parte iniziarono a moltiplicarsi. Dopo qualche mese, Virgili riuscì a ottenere un compromesso dal Municipio e il mercato venne riaperto, ma con soli 25 operatori e in una zona più periferica, distribuendo gli altri su mercati diversi. Questa mediazione permise al Municipio di arginare una situazione che, da quando il mercato era diventato abusivo, era diventata fuori controllo.

Tra il 2003 e il 2005 Virgili riuscì ad aprire sei mercati in diversi municipi della città, poi gestiti grazie all’aiuto dei volontari del servizio civile. Oltre al mercato aperto nel quinto municipio nella zona di “La Rustica”, ne era nato uno a via Collatina, uno a Torbellamonaca, uno a piazzale Ennio Flajano, uno nel parcheggio del complesso residenziale chiamato “Corviale”, e uno a lungotevere Dante (a lato di viale Marconi). Grazie alla capienza globale dei mercati quasi tutti gli operatori dell’usato rom korakanhè attivi a Roma furono inquadrati nella cooperativa Phralipè: ora oltre 570 famiglie rom lavoravano in regola. Si trattava di uno dei più avanzati tentativi di regolarizzazione del riuso informale in Europa.

La politica di repressione

Tutto cambiò con l’avvicinarsi delle elezioni del 2006, quando i mercati rom divennero bersaglio politico. Fotografie di rifiuti, spesso fuori contesto, venivano usate per alimentare campagne securitarie. I municipi iniziarono a ritirare le autorizzazioni. Gli operatori espulsi tornavano nell’abusivismo, mettendo a rischio anche i mercati rimasti. Passata la scadenza elettorale ci fu un attimo di respiro: alcuni mercati furono ripristinati e ne fu aperto uno nuovo in via Longoni nel VII Municipio. Ma dopo circa un anno, quando fu chiaro che le dimissioni del sindaco di Roma avrebbero portato a elezioni anticipate nella primavera del 2008, iniziò a ripetersi la stessa dinamica. In breve fu impossibile far prevalere il ragionamento tecnico su quello politico e repressivo. I municipi, uno dopo l’altro, ritirarono tutte le autorizzazioni e a gennaio del 2008 nella capitale non c’era più neanche un mercato rom in regola. L’ovvia conseguenza fu un ritorno all’abusivismo, colpito duramente dalle istituzioni, che risposero con multe da oltre 5000 euro, sequestri e distruzione delle merci. Questa volta la repressione si estese ai luoghi di vita: raid nei campi, baracche distrutte, piani di allontanamento forzato.

L’impatto su Porta Portese

In questo arco di tempo (dal 2006 al 2008) la chiusura dei mercati rom ebbe un impatto diretto sullo storico mercato delle pulci romano di Porta Portese. Gli operatori rom si riversarono negli spazi liberi del mercato storico, mentre rigattieri italiani continuavano a comprare da loro gli oggetti migliori per rivenderli a prezzi maggiorati. Le aree occupate dai rom venivano periodicamente sgomberate dai vigili urbani, inizialmente senza che il funzionamento generale del mercato ne risentisse particolarmente. Alcuni rom venivano alle due del pomeriggio, quando gli operatori della mattina smontavano, per occupare le loro piazzole negli ultimi sprazzi di tempo prima che il mercato chiudesse.

Ristrutturare il mercato in modo mirato e razionale sarebbe stato un lavoro lungo, e le elezioni erano troppo vicine: nel 2007 si valutò dunque che fosse più efficiente fare piazza pulita.

Le ostilità cominciarono nella seconda metà dell’anno, quando gli operatori storici del mercato cominciarono a ricevere multe da 5.000 euro solo per il fatto di continuare a fare lo stesso lavoro che facevano da decenni, a volte avendo ereditato la piazzola dai loro padri o dai loro nonni. Bisogna tener conto infatti che l’ultima delibera sulla gestione di Porta Portese risaliva al 1959! Da allora, il mercato era sempre stato lasciato a se stesso. Il culmine della tensione fu raggiunto il 14 novembre quando, alle cinque del mattino, i vigili urbani fecero un blitz congiunto multando tutti gli operatori dell’usato a loro portata e sequestrando le loro merci per buttarle nei camion compattatori dei rifiuti di AMA.

Quando i vigili iniziarono a entrare e a svuotare i camion con la merce privata degli ambulanti, questi reagirono rivendicando il diritto alla proprietà su quegli oggetti. Si organizzò una protesta, e il giorno dopo gli operatori bloccarono la strada, finendo quasi per intasare il centro storico e minacciando di bloccare piazza Venezia. Era periodo di campagna elettorale, e si valutò che una repressione violenta non fosse il caso.

La mediazione fu la seguente: il Comune di Roma avrebbe concesso agli operatori storici del mercato di mantenere le piazzole di via Bargoni e via Parboni, mentre quelle di via Bezzi e via Marcorè sarebbero state eliminate. Gli operatori avrebbero dovuto stringersi, ed esporre la loro merce nella metà dello spazio. Le ripartizioni dello spazio sarebbero state formalizzate in base a un censimento degli operatori di fatto.

Ma anche questo equilibrio non durò molto. La cancellazione di tutti i mercati rom autorizzati aveva lasciato senza lavoro quasi 600 famiglie. Nel 2010 era ormai chiaro che non avrebbero recuperato facilmente i loro mercati autorizzati, e anche quelli abusivi continuavano a essere sotto attacco. Le stesse opposizioni che avevano fatto della battaglia contro i rom argomento di campagna elettorale, ora governavano la città. Non ci furono altri attacchi al mercato di Porta Portese, ma, secondo la tradizione dei decenni precedenti, fu completamente abbandonato a se stesso. Quando gli operatori rom si resero conto che nella seconda parte della mattinata e fino all’ora di pranzo non c’era quasi nessun vigile urbano a sorvegliare Porta Portese, iniziarono a occupare qualsiasi interstizio utile a intercettare clienti.

Inevitabilmente si crearono tensioni tra gli stessi ambulanti, e il conflitto rischiò di degenerare in una vera guerra tra poveri. Alcune associazioni provarono a proporre una riorganizzazione che tenesse conto dei vari interessi coinvolti, ma senza successo. In poco tempo il mercato abusivo di lungotevere Dante, non troppo distante da Porta Portese, iniziò ad acquisire forza e a consolidarsi, ospitando in modo costante più di un centinaio di operatori rom. Ma, tolto un tentativo di regolarizzazione durato qualche mese grazie all’intervento congiunto di Occhio del Riciclone e XI Municipio, a impadronirsi del mercato furono le piccole mafie rom. Agli operatori rom onesti venivano estorti 60 euro al giorno e i ricettatori regnavano indisturbati.


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