Uno studio condotto nel 2024 dall’Università St. Andrews di Edimburgo ha rilevato che in Italia ci sono tra i 50.000 e i 60.000 Waste Picker a mobilitare tra le 197.400 e le 230.300 tonnellate di beni usati ogni anno. Il quadro normativo attuale non presenta delle categorie adeguate per i venditori di beni di seconda mano, complicando la loro conformità legale. Per questo motivo Rete ONU (Rete Nazionale degli Operatori dell’Usato) da anni spinge per il riconoscimento del loro contributo nell’ambito del riutilizzo, per un coinvolgimento ufficiale all’interno delle normative ambientali europee.
Nel 2006 l’Osservatorio sul riutilizzo pubblica uno studio: “Il settore dell’usato nella gestione dei rifiuti”. In questa ricerca viene proposta una suddivisione degli operatori ambulanti in tre macro categorie, nel tentativo di definire gli standard entro cui si articola questo settore complesso, variegato e spesso sregolato.
Le categorie proposte sono:
- Gli operatori ambulanti indifferenziati, i cosiddetti “pulciari”, la cui attività si basa sullo smercio di prodotti di vario tipo rivenduti a prezzi bassissimi.
- Gli operatori ambulanti specifici a basso costo, che spesso sono specializzati nel commercio di un tipo specifico di merce (abiti, libri.. ecc) oppure trattano oggetti vintage. In ogni caso si tratta ancora di una fascia di prezzo medio/bassa.
- Gli operatori ambulanti specifici ad alto costo, che trattano prodotti da collezionismo, vintage di lusso o antiquariato. Questa tipologia di venditori applica ai propri prodotti prezzi non lontani da quelli dei negozi.
I lavoratori della prima categoria (ambulanti “indifferenziati”) per poter vivere del loro lavoro devono chiaramente puntare sulla vendita di una grande quantità di prodotti: Osservatorio del Riutilizzo nello studio sopra citato nel 2006 ha stimato che la quantità minima di oggetti usati che l’ambulante deve poter reimmettere sul mercato in un anno equivale a 3 tonnellate di beni, per un valore economico minimo di 10.000 euro. All’epoca il numero di microimprese in Italia che lavorava in questo campo specifico si aggirava intorno alle 50.000, per un risultato ambientale pari a circa 150.000 tonnellate annue di riutilizzo. Ad oggi una ricerca condotta dall’Università di St. Andrews di Edimburgo ha rilevato un aumento di questi numeri: nel 2024 in Italia c’erano tra i 50.000 e i 60.000 Waste Picker a mobilitare tra le 197.400 e le 230.300 tonnellate di beni usati. Tuttavia, i costi elevati delle licenze, insieme alla mancanza di un riconoscimento legale continuano a spingere molti Waste Picker verso attività per lo più informali. Le attuali politiche italiane per la gestione dei rifiuti sono state ideate a partire dagli interessi e le modalità lavorative di tutti gli attori in gioco tranne i Waste Picker, che vengono dunque gradualmente esclusi sempre di più dai cambiamenti normativi e di conseguenza dalle dinamiche di mercato che ne derivano.
Tra i lavoratori dell’usato è possibile individuare una diversa suddivisione sulla base del modo in cui ci si procura le merci usate: svuotando le cantine e le case dei privati o rovistando direttamente dai cassonetti stradali.
Svuota cantine
Gli svuota cantine recuperano le loro merci sgomberando le case o le cantine su chiamata di privati. Il costo del lavoro varia di volta in volta a seconda della qualità dei beni in cui ci si imbatte: se il pregio dell’oggetto è sufficiente a pagare il lavoro, la formula di scambio spesso applicata è quella del “pari e patta”, per cui il lavoro è offerto ma le merci vengono acquisite direttamente dallo svuota cantine. In caso in cui lo scambio non sia equo il servizio ha invece un costo, che varia sempre a seconda del valore dei prodotti recuperati.
Nella fase successiva all’approvvigionamento dei prodotti iniziano le problematicità. La questione è: che fare degli oggetti non vendibili? Secondo le norme per la gestione di questo tipo di rifiuto, i prodotti non recuperabili andrebbero smaltiti come prodotti speciali, ma i prezzi per accedere a questo servizio sono altissimi e nella maggior parte dei casi lo svuota cantine non può permetterselo. Per liberarsi del carico, gli scenari possibili sono due: accedere senza permessi ai centri di smaltimento dei prodotti domestici (a cui non hanno formalmente diritto di accesso), oppure risolversi ad abbandonare la merce in strada. Entrambe le opzioni chiaramente non portano ad esiti positivi, né per quanto riguarda l’impatto ambientale né in un’ottica di miglioramento della percezione di questi lavoratori nella coscienza comune delle persone. Nel 2018 a Milano ci fu un caso emblematico in cui emerse il complesso di queste problematiche e difficoltà, quando si indagò sull’origine dei rifiuti che ciclicamente invadevano i quartieri di Giambellino e Lorenteggio. Osservatorio del Riutilizzo, incaricato di andare a fondo alla questione, scoprì che era proprio l’assenza di possibilità di smaltimento legali per gli svuota cantine a generare questa conseguenze per i quartieri. La vicenda è un esempio virtuoso di gestione di un problema urbano perché, invece che puntare su repressione e oppressione dei colpevoli dell’abbandono, si aprì un dibattito per l’introduzione di soluzioni tecniche che affrontassero alla radice il bisogno degli svuota cantine di disfarsi dei rifiuti non riutilizzabili, in primis la possibilità di conferirli presso i centri di raccolta comunali. Il tavolo di concertazione è tuttora in corso e coinvolge una pluralità di istituzioni, player ed enti sociali del territorio.
Rovistatori
Il secondo modo più comune per gli ambulanti di scovare oggetti usati da rivendere è andare direttamente a cercarli nei cassonetti stradali. Questa pratica, a differenza del lavoro degli svuota cantine, non ha bisogno di intermediari: i rovistatori, armati solo delle proprie braccia e gambe e dei loro mezzi di trasporto privati, cercano tra i rifiuti della gente beni che possano costituire una risorsa da reimmettere nel mercato. È un’attività che attira istintivamente biasimo e schizzinosità, ma che per gli ambulanti è molto proficua in quanto i cassonetti presentano molti più beni preziosi di quanto normalmente si pensi. È molto difficile quantificare la ricchezza contenuta in tutti i cassonetti italiani e quindi di farne una stima numerica. L’unico vero studio in Italia sulla ricchezza dei cassonetti stradali è stato condotto da Osservatorio del Riutilizzo nel 2008 e riguarda la città di Roma. All’epoca nella capitale i cassonetti dell’indifferenziato erano 45.000 e accoglievano quotidianamente non meno di due nuovi oggetti riusabili del valore di un euro. Ciò equivaleva a un valore economico pari a 90.000 euro al giorno e 33 milioni di euro l’anno. Questi numeri, che per un neofita nel campo appaiono giustamente sconvolgenti, sono ben noti ai rovistatori di professione, che sono efficientissimi nel battere quotidianamente le rotte dei cassonetti riuscendo a intercettare circa 10 milioni di valore (un terzo del potenziale). Quando è stato condotto lo studio era in corso una polemica accesa tra AMA (l’azienda che gestisce i rifiuti a Roma) e i rovistatori informali. AMA infatti lamentava fortemente il fatto che ogni giorno si dovessero spendere 7000 euro per ripulire il disordine lasciato dai rovistatori, che, rappresentati da Rete ONU a loro volta rispondevano coralmente di essere disposti a comprare ad AMA i prodotti riutilizzabili, che sono comunque selezionati in impianti autorizzati al recupero dei rifiuti a fronte di specifici modelli di intercettazione. L’inclusione auspicata da Rete ONU in tal senso era suffragata soprattutto dall’idea che il know how dei recuperatori informali potesse essere preziosa nell’iter “ufficiale” per lo smaltimento dei prodotti. Il problema, si legge ne La rivincita dell’usato, apparirebbe essere solo nella testa degli amministratori.


Lascia un commento