Drinn Green è una cooperativa sociale aderente a Rete ONU finalizzata all’inserimento lavorativo nel settore ambientale di soggetti svantaggiati: i waste pickers. Ha sede a Torino, ma opera in tutt’Italia. Oggi conta più di 500 soci, che nel 2025 hanno raccolto circa 60000 tonnellate di materiali riciclabili altrimenti destinati a essere rifiuti da smaltire (o rifiuti abbandonati). Il fatturato complessivo della cooperativa nel 2025 è stato di circa 12 milioni di euro: un dato che testimonia che il lavoro dei waste pickers, nonostante fatichi a essere riconosciuto e valorizzato, continua a essere necessario. 

Drinn Green è una cooperativa sociale finalizzata all’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati che si occupano di raccolta di materiali: i waste pickers. Il progetto è nato a seguito dell’esperienza del Consorzio Equo, un’altra cooperativa sociale che ha preso piede nel 2012 su iniziativa di Mauro Fedele, oggi consigliere di amministrazione di Drinn Green, e di altri 3 soci. Dal 2021, Drinn Green si è definitivamente distaccato dal Consorzio andando a costituire un progetto autonomo aderente a Rete ONU (l’ente che rappresenta i waste pickers in Italia). Tra le novità di Drinn Green, un laboratorio per l’inclusione sociale nel carcere di Fossano.

Mauro Fedele e gli altri iniziatori del progetto nel 2012 provenivano da incarichi lavorativi nel settore ambientale, soprattutto nell’ambito del recupero e del riciclaggio dei materiali.  Frequentando per lavoro i piazzali di scarico di diversi impianti di recupero, da tempo assistevano quotidianamente all’arrivo dei furgoncini dei raccoglitori informali di rottami ferrosi, persone che lavoravano duramente ma senza le autorizzazioni per farlo. Condizione che li esponeva a rischi e problemi di ogni tipo: sequestro di mezzi, denunce penali, sfruttamento del valore dei prodotti, promesse non mantenute per assenza qualunque forma di contrattualità, frodi da parte di chi prometteva loro documenti falsi inesistenti… Eppure, decine di migliaia di persone lavoravano (e tuttora lavorano) battendo con competenza le zone conosciute alla ricerca di materiali di scarto da rivendere agli impianti di recupero.

Accortisi delle difficoltà di questi lavoratori, oltre che della potenzialità dell’attività, Mauro Fedele e i suoi soci nel 2012 hanno deciso di fondare una cooperativa sociale: l’idea alla base del progetto era sfruttare il valore ambientale della loro esperienza e di quella dei raccoglitori, che aderendo alla cooperativa avevano per la prima volta la possibilità di lavorare in regola. Ogni operatore di Drin Green lavora con la propria partita Iva e al termine di ogni giornata lavorativa viene pagato in base alla quantità di materiale che è riuscito a recuperare.

Oggi i soci della cooperativa, che lavorano a tempo pieno e vivono di questa attività, sono circa 500. Il fatturato complessivo del 2025 ammontava a 12 milioni di euro, di cui più del 90% è rimasto nelle mani di chi ha materialmente compiuto il lavoro: il reddito medio per la famiglia di waste pickers è di circa 18000 euro all’anno. La cooperativa trattiene infatti solo l’8/9% del guadagno, che utilizza per coprire le spese di gestione e amministrazione. Drinn Green si occupa inoltre di formare gli operatori, seguire e comunicare loro gli aggiornamenti delle normative ambientali per la gestione dei rifiuti, oltre che di fornire il mezzo di lavoro. Il vantaggio per i soci è la possibilità di lavorare in regola: associarsi in una cooperativa permette infatti di abbattere i costi che costituirsi micro impresa autonoma comporterebbe.

Il lavoro di queste microimprese informali, spesso a conduzione famigliare, anche quando non era formalmente riconosciuto non è mai mancato. Basti pensare che nel 2025 Drinn Green ha stimato che i suoi soci hanno caricato e trasportato circa 60000 tonnellate di materiali riciclabili. Questo perché non c’è concorrenza con le grandi imprese che si occupano di recupero, per le quali è infatti antieconomico attivarsi per le piccole quantità di materiali che costituiscono il target dei singoli raccoglitori. Le due modalità – quella che lavora sul “macro” e quella sul “micro”, si integrano bene. Solo che la prima è un’attività regolarmente svolta da aziende di dimensioni colossali (sono 5/6 in Italia le imprese che si occupano di trasporto e smaltimento di rifiuti ingombranti), la seconda invece è sempre sussistita senza tutele, protezione, legislazione, e senza che le fosse riconosciuta la dignità che merita.

Complice, purtroppo, il fatto che a svolgere il lavoro del waste picker siano spesso persone già di per sé socialmente emarginate e vittime di pregiudizio: rom (circa il 40%), migranti (circa il 30%), o persone ritrovatesi senza lavoro e alternative. Un lavoro invisibile e osteggiato svolto da persone spesso “invisibili” e marginalizzate. Uomini e donne con famiglie, che hanno trovato il loro posto in una società che non li vuole lavorando a partire dagli scarti che essa produce e non gestisce.

L’obiettivo di Drinn Green è quello di valorizzare, regolarizzandolo, un lavoro che ha vantaggi multipli e complementari da un punto di vista ambientale, economico e sociale. Nonostante questo, e nonostante l’evidente problema che i rifiuti rappresentano (in Italia, in Europa e nel mondo), si continua, anche a livello politico, a dar adito al pregiudizio e alle discriminazioni piuttosto che al buon senso.

Incrementare il lavoro dei raccoglitori, infatti, sarebbe realmente un programma di buon senso, perché il vantaggio del riutilizzo, anche dei piccoli materiali, si articola su tre valenze:

  1. Valenza economica: di raccolta dei ferri si vive e si è sempre vissuto. L’attività regolarizzata da Drinn Green non è una start-up, non c’è molto da insegnare a chi svolge questo lavoro se non l’attenzione al rispetto delle regole ambientali, che sono in continua evoluzione. Ma  questa attività è in ogni caso fonte di sostentamento e miglioramento di vita per centinaia di famiglie.
  2. Valenza ecologica: da un punto di vista ambientale, la raccolta distrae ogni anno 60000 tonnellate di rifiuti, materiali riciclabili che altrimenti sarebbero da smaltire. La ricerca quotidiana di piccole e modeste quantità di materiale recuperabile, svolta capillarmente casa per casa, officina per officina, negozio per negozio, cascina per cascina, raccolte e trasportate con la massima attenzione alle regole e conferite poi agli impianti autorizzati al recupero, svolge una funzione essenziale che contribuisce alla diminuzione di rifiuti recuperabili impropriamente immessi in discarica o, peggio, destinati all’abbandoni di rifiuti. Abbiamo infatti già detto che l’ambito di lavoro dei raccoglitori non coincide con quello delle macro imprese.
  3. Ultimo ma non meno importante aspetto è la valenza sociale: è evidente il fatto che il primo passo per l’inclusione è il lavoro onesto, legale, con il giusto compenso e il relativo rispetto nella massima attenzione alla dignità dei singoli.

Si tratta dunque di un lavoro degno e oggi estremamente necessario, svolto nel rispetto delle normative ambientali e che rappresenta la fonte di reddito per oltre 500 persone e altrettante famiglie. La tendenza generale nell’applicazione dei criteri di economia circolare a livello europeo è quella di favorire le macro imprese e affidare la gestione dei rifiuti ai grandi attori del settore. Ma non c’è motivo di escludere dalle normative persone che hanno le competenze per svolgere un lavoro necessario e complementare a quello delle grandi aziende. In un’ottica di sostenibilità (ambientale, economica, sociale), osteggiare le piccole attività di riutilizzo è illogico, prima che ingiusto.


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