Come mai gli operatori del riutilizzo, nonostante ricoprano da sempre un ruolo di primo piano nel quadro più ampio dell’economia circolare, continuano ad essere oggetto di stigma e pregiudizio? Pietro Luppi e Alessandro Giuliani cercano di rispondere a questa domanda nel libro pubblicato nel 2022 “La rivincita dell’usato”. Il seguente contenuto è tratto dal capitolo “l’usato come progetto di vita”.

Ad oggi si può dire che abbiamo sviluppato e diffuso una discreta coscienza ambientale. Si parla tanto di economia circolare, si valorizza il second hand. Per questa e per altre semplici ragioni di tendenza, mercati di usato e antiquariato come il Balon, Porta Portese e Ballarò godono di una certa popolarità e sono molto frequentati, soprattutto dai giovani. Lo sdoganamento dell’acquisto all’usato non è da dare per scontato; la generazione precedente alla nostra, uscita da una condizione di povertà grazie alla fatica del lavoro, vedeva come una forma di riscatto sociale il fatto di poter acquistare cose nuove; non si sarebbe vista facilmente a fare shopping su Vinted, perché comprare indumenti dismessi da altri era qualcosa di fortemente connesso alla condizione di povertà da cui avevano duramente tentato di risollevarsi. Ma noi non abbiamo il loro vissuto e non abbiamo introiettato quella consapevolezza. E oggi abbiamo molti motivi per preferire l’usato all’acquisto del nuovo, primo fra tutti il fattore climatico. Si tratta dunque di pratiche da incoraggiare e valorizzare, ma è evidente che all’interno del fenomeno “usato” ci sono differenze importanti in termini di considerazione e di valorizzazione. Infatti, se il vintage va di moda e fare shopping a Porta Portese è ben visto, il rigattiere informale, da sempre attore di prima linea nel campo del riutilizzo, continua a essere oggetto di stigma e marginalizzazione.

Uno dei motivi principali del pregiudizio istintivo suscitato dal termine “rigattiere” è la conseguenza di una concezione antica, che abbiamo in gran parte ereditato dalle generazioni precedenti alla nostra. Il termine “rigattiere” era, e in parte continua a essere, connesso a un pregiudizio trasmessoci dalla concezione storicamente negativa di chi faceva questo mestiere. Il romanzo “Il golem”, del 1915, vede protagonista un rigattiere perfido fino al parossismo. Questi, nonostante la trasandatezza del suo vestiario e della sua bottega è disposto a fare di tutto per fare i soldi, di cui è pieno. Si tratta di una narrazione che ha poco a che fare con il lavoro dei rigattieri, storicamente suddivisi in due macro categorie, chi faceva la “bifferie” e chi la “chine”. I primi in italiano sono gli svuota cantine, mentre non esiste un termine specifico per i secondi, più semplicemente identificati come i “raccoglitori”, Catadores appunto.

Queste due tipologie di lavoratori sono stati e sono tuttora i principali agenti del settore nel panorama italiano. E se inizialmente lavoravano soprattutto nelle catene del valore del riciclo (intermediari, manifatture, industrie), a poco a poco, in seguito all’aumento della disponibilità di prodotti industriali e alla diminuzione del loro prezzo in relazione al potere d’acquisto, sia i “biffins” che i “chineurs” si sono ritrovati a avere tra le mani quantità sempre crescenti di oggetti usati che hanno iniziato a smerciare creando mercati delle pulci popolari.

Contemporaneamente al fiorire dei mercati delle pulci, e a seguito della diffusione,  dei grandi sistemi organizzati di raccolta differenziata, diminuì il mercato popolare delle materie prime secondarie. Fino agli anni ‘60 in Italia le discariche cittadine delle grandi città erano popolate da centinaia di rovistatori che selezionavano e rivendevano carta, latta e vetro. Ad oggi, nei Paesi industrializzati, l recupero popolare finalizzato a riciclo riguarda essenzialmente i metalli, gli unici ad aver mantenuto prezzi all’origine abbastanza alti, e il lavoro di ferrivecchi. Sono ovviamente cambiate le condizioni del lavoro, che nel tempo non si è estinto ma ha solo cambiato faccia. Si continua ad aver bisogno di svuota cantine e il bene di seconda mano, anche se spesso ha perso di qualità di fattura, continua a essere un prodotto con un valore (economico, sociale, affettivo, ambientale).

Fuori sistema

I Catadores, che siano svuota cantine o raccoglitori, non fanno ovviamente parte dei ceti alti né dei ceti medi. Sono definibili di ceto basso? In verità no. Il fatto particolare sulla condizione dei Catadores è che sono agenti fuori dal sistema, ovvero fanno parte del segmento sociale che nel 1848 Marx definì “lumpenproletariat” (“proletariato cencioso”), definendoli spregiativamente come “ladri e delinquenti, privi di mestieri, senza scrupoli e lazzaroni”, descrizione che non poteva che alimentare il già acceso disprezzo della società nei confronti di questi lavoratori.

Anche la sociologia contemporanea li identifica come membri del sottoproletariato, classe sociale caratterizzata da:

  1. Incapacità di organizzarsi politicamente e sindacalmente
  2. Assenza di mobilità sociale
  3. Disoccupazione cronica
  4. Caoticità della loro vita quotidiana
  5. Propensione a diventare manovalanza delle organizzazioni criminali.

Effettivamente, chi si trova al margine del sistema economico può avere la tentazione o più spesso la necessità di di rubare, rapinare, affiliarsi a organizzazioni criminali. Ma, storicamente e ad oggi in modo significativo, esiste un’alternativa che può essere realmente salvifica anche per chi vive nella crisi dell’attuale sistema economico: rifiutare la vita del predatore e diventare un raccoglitore.

Quando vivi ai margini di una società, per vivere devi utilizzare le risorse che si trovano, appunto, fuori dal sistema. I beni usati, che sono tradizionalmente gli scarti dell’economia normale, diventano la loro risorsa per sopravvivere e creare una propria economia informale ma non criminale. Vivere fuori sistema significa avere il potere di pensare al di fuori dalle sue logiche. Oggi le condizioni ambientali a cui ha portato il nostro sistema economico mostrano se non altro un’impossibilità di continuare ad alimentare la catena di produzione lineare. L’economia circolare, per come ne si sta parlando a livello istituzionale, rappresenta sicuramente un tassello importante del passaggio verso la transizione ecologica. Non si vede però il motivo di non difendere anche quella che è una pratica antica, utile, sostenibile. I rigattieri informali da sempre si occupano di riciclo e riutilizzo, e non è detto che quella che era una prassi relegata nei confini del sottoproletariato non possa espandersi e diventare una logica di sistema condivisa e valorizzata.


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