L’università scozzese St. Andrews, in collaborazione con Rete ONU e L’Alleanza Internazionale dei Waste Pickers, nell’autunno del 2024 ha realizzato uno studio nei mercati di Torino, Roma e Palermo per quantificare l’impatto (ambientale, economico) degli operatori del riutilizzo informali. E’ emerso che i circa 65.000 waste pickers reimmettono ogni anno in circolo tra le 197.400 e le 230.000 tonnellate di beni, evitando che più di 1400 tonnellate di CO2 vengano emesse nei processi di smaltimento.

In Italia si stima che ci siano tra i 60.000 e i 70.000 waste pickers, raccoglitori e rivenditori di materiali e oggetti usati. Si tratta di decine di migliaia di persone che vivono, o integrano salari insufficienti, rivendendo nei mercatini dell’usato oggetti trovati nei cassonetti, recuperati da sgomberi o ricevuti tramite donazioni di parroci e privati. In assenza di tutele e di politiche che ne regolino le modalità operative, questa attività è oggi svolta in forma informale.

Nel 2024 il Dipartimento di Antropologia Sociale dell’Università di St Andrews ha avviato uno studio sul fenomeno del riutilizzo informale in Italia, realizzando una ricerca su un campione di operatori selezionati nei mercati di Roma, Torino e Milano. Le rilevazioni sul campo sono state condotte dal ricercatore Dr Matteo Saltalippi, all’interno del progetto “The role of bioplastics, social plastics, and just plastics in a circular economy”, gestito dal Dr Patrick O’Hare.

La metodologia adottata è stata sviluppata nel corso degli anni dal tavolo tecnico di Rete ONU, associazione di riferimento dei waste pickers italiani. L’esigenza politica era quella di quantificare l’impatto ambientale ed economico del settore del riutilizzo informale, così da poter presentare ai legislatori dati affidabili che dimostrassero la necessarietà di un loro riconoscimento ufficiale nelle politiche ambientali.

L’incontro tra Rete ONU e l’Università di St Andrews ha risposto agli interessi di entrambe le parti. St. Andrews inizialmente era interessata ad approfondire il tema dei waste pickers nel Sud Globale, dove il fenomeno è più diffuso e strutturato e presenta caratteristiche differenti rispetto al Nord Globale. Nel Sud globale i waste pickers in alcuni casi hanno raggiunto uno status e un riconoscimento formale, frutto di anni di lotte che fa si che siano inclusi nelle decisioni normative che li riguardano. Nel Nord, il fenomeno è considerato un fenomeno patogeno, sviluppatosi ai margini della società. Non si considerano mai le tradizioni lavorative da cui deriva, perché l’industrializzazione e l’istituzione di catene formali di raccolta dei materiali hanno comportato l’emarginazione degli attori del riutilizzo. Come spesso accade, la marginalizzazione ha comportato anche la demonizzazione degli esclusi, spesso target di campagne politiche demagogiche. 

In accordo con l’Alleanza Internazionale dei Waste Pickers, partner del progetto, si è deciso di includere anche il contesto del Nord, con focus specifico sull’Italia per far combaciare gli interessi della ricerca con quelli di Rete ONU. In Italia la ricerca ha potuto contare sulla mediazione delle associazioni locali aderenti alla rete, che ora conta di un accreditamento accademico che accerta performance e risultati dei lavoratori vulnerabili che rappresenta.

Matteo Saltalippi ha raccontato che questa mediazione è stata fondamentale a causa dell’eterogeneità caratterizzante il campione studiato (60 persone in tutto: 40 a Torino, 16 a Palermo, 4 a Roma). L’avvio delle interviste infatti poteva incontrare alcune difficoltà nel costruire un rapporto di fiducia con gli interlocutori, a causa di una diffidenza iniziale, difficilmente superabile nel breve tempo a disposizione per la ricerca. L’aiuto di Rete ONU è stato importante per legittimare la presenza del ricercatore, a maggior ragione nei casi in cui la barriera linguistica rappresentava un ostacolo ulteriore alla comprensione.

L’analisi di Saltalippi si articola su piani molteplici e complementari: sociale, ambientale ed economico. Il primo passaggio è stato comprendere l’impatto di questo lavoro nelle loro vite – ovvero si è fatta differenza tra chi vende solo saltuariamente nei mercatini e quelli per cui rappresenta un lavoro a tempo pieno, con tutte le difficoltà dovute alla precarietà del settore. Anche se non sono stati raccolti dati demografici in maniera sistematica il campione si è rivelato eterogeneo per età indicativamente tra i 20 e i 70 anni e composto prevalentemente da uomini; in molte città si registra una forte presenza di persone appartenenti alla comunità rom o stranieri, mentre a Palermo si osserva una maggiore partecipazione di lavoratori locali italiani.

È emerso anche un forte problema di stigma sociale: molte persone non vogliono essere viste mentre svolgono questa attività. La ricerca sul campo si è svolta nell’arco di tre mesi (ottobre, novembre e dicembre), durante i quali sono state osservate anche le dinamiche dei mercati: i rivenditori arrivano molto presto per allestire le bancarelle, mentre i clienti iniziano ad affluire intorno alle 10, con l’eccezione di chi frequenta i mercati come rivenditore – in quel caso tende a presentarsi all’apertura.

Da un punto di vista ambientale, il riutilizzo informale sottrae allo smaltimento ingenti quantità di rifiuto indifferenziato. Secondo i dati raccolti, tra le 197.400 e le 230.000 tonnellate di beni vengono reimmesse ogni anno in circolo grazie al lavoro dei waste pickers, evitando l’emissione di oltre 1.400 tonnellate di CO₂ che sarebbero altrimenti prodotte nei processi di smaltimento.


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