In Italia sono attivi tra i 60.000 e i 70.000 waste pickers che ogni anno rivendono nei mercati di usato circa 230.300 tonnellate di merci che altrimenti diverrebbero rifiuti da smaltire. A dirlo è un nuovo studio dell’Università di St. Andrews, realizzato applicando nei mercati di Torino, Roma e Palermo una metodologia sviluppata da Rete ONU per la quantificazione dell’impatto del lavoro degli informali. L’obiettivo è fornire numeri in supporto alla regolarizzazione di una categoria che ad oggi lavora senza essere ufficialmente riconosciuta e, di conseguenza, senza essere tutelata.

Nel dicembre 2025 è stato pubblicato uno studio: “Il ruolo dei Waste Pickers nelle economie del riutilizzo in Italia”. Si tratta di una ricerca condotta da Pietro Luppi, presidente di Rete ONU, e da Matteo Saltalippi, ricercatore dell’Università di St Andrews, realizzata in collaborazione con l’Alleanza Internazionale dei Waste Pickers.

L’obiettivo di questo lavoro è presentare i dati raccolti nei mercati di Torino, Roma e Palermo grazie a una metodologia sviluppata dal tavolo tecnico di Rete ONU per stimare l’impatto ambientale ed economico del lavoro dei waste pickers italiani. Quantificare le tonnellate di beni che essi raccolgono e reimmettono nei cicli di consumo è infatti il punto di partenza per un riconoscimento istituzionale e formale del loro lavoro.

Le stime del riutilizzo a livello europeo, come quelle dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, si limitano infatti a esaminare l’impatto delle attività di usato per conto terzi e delle microimprese impegnate nell’ambito. Questo approccio limita la quantificazione complessiva dell’impatto del comparto, perché non tiene conto del lavoro di decine di migliaia di waste pickers che lavorano senza essere riconosciuti a livello legale. Questa svalutazione contribuisce allo sviluppo di politiche inadeguate ed è la causa dell’esclusione normativa dei lavoratori informali.

Dalla ricerca emerge che oggi in Italia sono attivi tra i 60.000 e i 70.000 waste pickers, che recuperano materiali soprattutto dai cassonetti, dai centri di raccolta comunali e dagli sgomberi delle abitazioni. Lo studio ha stimato che questa specifica fascia di lavoratori, che vive principalmente grazie allo smercio nei mercatini dell’usato, vende ogni anno tra le 197.400 e le 230.300 tonnellate di beni usati. La sottrazione di questi beni dalla massa dei rifiuti evita l’emissione di più di 1400 tonnellate di CO2 all’anno che sarebbero causate dai processi di smaltimento.

Nonostante ciò, le politiche italiane ed europee di gestione dei rifiuti non tengono conto degli interessi e delle modalità lavorative dei waste pickers e si limitano a favorire gli attori della catena del riciclo. Il riciclaggio, infatti, è spesso considerato più adatto a cicli di consumo rapidi e orientati all’efficienza delle risorse, e dunque a un’economia di scala.

In Italia è dal 2000 che i waste pickers sono senza una categoria formale di riferimento, complice anche una strutturale frammentazione interna al gruppo che impedisce una rappresentanza unitaria e competitiva ai tavoli di concertazione.

Tale frammentazione è tuttavia conseguenza dell’informalità imposta dal mancato riconoscimento giuridico. Ad oggi, l’unica possibilità per lavorare legalmente è registrarsi come hobbista, una definizione inadatta che ha dei costi e delle limitazioni incompatibili con la natura del lavoro.

Negli ultimi anni, gli sforzi legislativi volti a regolarizzare lo status dei waste pickers si sono arenati. Rete ONU, la Rete Nazionale degli Operatori dell’Usato, affiliata all’Alleanza Internazionale dei Waste Pickers (IAWP), promuove il miglioramento di queste normative, tra cui un sistema EPR favorevole ai mercati dell’usato. La pratica del riutilizzo oggi rappresenta un settore con grandi potenzialità: è un processo non energivoro, offre prodotti di qualità alla portata di tutti, riduce la massa dei rifiuti, affronta il problema del sovrappiù di beni della società capitalistica e, non ultimo, presuppone l’esistenza di economie che si basano su comunità locali e relazioni solidali.

Per contrastare l’invisibilità normativa del settore, negli ultimi anni Rete ONU ha istituito un gruppo tecnico di lavoro per elaborare una metodologia che quantifichi l’impatto del lavoro dei waste pickers. Grazie alla collaborazione con l’Università di St. Andrews, questo metodo è stato applicato in tre mercati dell’usato a Torino, Roma e Palermo. La ricerca ha lo scopo di fornire ai legislatori italiani ed europei numeri in supporto al riconoscimento ufficiale della categoria, così che possano essere introdotti strumenti legali nel diritto italiano per regolarne lo status.

L’indagine ha considerato la fascia di attori del riutilizzo rappresentata dai venditori ambulanti di oggetti usati a basso costo (escludendo i rivenditori di prodotti di collezionismo, vintage di lusso o antiquariato). È stato quindi selezionato un campione significativo di 60 partecipanti. La raccolta dei dati quali-quantitativi è basata su un questionario di 24 domande, poste direttamente ai partecipanti da Matteo Saltalippi dell’Università di St. Andrews, che ha raccolto i dati di prima mano interpretando le risposte degli intervistati per ricavare i dati quantitativi necessari. Ciascun venditore è stato considerato individualmente come lavoratore indipendente, o come microimpresa autonoma, e il questionario strutturato è stato progettato per raccogliere dati su costi e ricavi annuali di ciascuno di essi. I risultati sono stati poi incrociati con il peso degli oggetti venduti nei banchi da ciascun venditore.


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