“Il riciclaggio senza inclusione sociale è spazzatura!”. Lo slogan dei catadores brasiliani ha un significato molto forte. Dice: non si può pensare a un’economia del riutilizzo che non tenga conto dei diritti di chi da sempre svolge questo lavoro duro e spesso non sufficientemente remunerativo. In questo approfondimento sulla situazione italiana parliamo delle difficoltà di inclusione sociale e legale dei waste picker, osteggiata da pregiudizi, dinamiche interne e buchi rappresentativi che impediscono ai lavoratori del riutilizzo informali di costituire una lobby competitiva.
Nel 2019, alla Camera dei deputati, Alessandro Stillo, l’allora presidente di Rete ONU, ha ricordato che: “nel 2001 i decreti applicativi della riforma Bersani del commercio hanno fatto sparire i cosiddetti ‘centoventunisti’, coloro che raccoglievano e rivendevano merci usate. Prima erano autorizzati, oggi non più”. Nel suo intervento Stillo faceva riferimento all’abrogazione delle definizioni contenute negli articoli 121 e 124 del TULPS (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza), avvenuta nell’ambito della riforma del commercio del 2001. Tale intervento aveva causato da un giorno all’altro la scomparsa delle categorie legali che riconoscevano i raccoglitori di beni usati come lavoratori. Non essendo state introdotte norme sostitutive di alcun tipo, l’attività è diventata invisibile, non regolata, non riconosciuta e quindi informale.
Probabilmente questa esclusione non è stata compiuta di proposito: semplicemente, al momento di concertare la riforma del commercio, i centoventunisti non partecipavano al dibattito perché privi di un’associazione di categoria di riferimento capace di rappresentare gli interessi dei suoi componenti nei processi istituzionali. Ma il prezzo di questa assenza è stato e continua oggi ad essere molto caro: per avere pieno diritto a lavorare infatti, un ambulante dell’usato dovrebbe essere registrato come ambulante professionista a fronte di oneri fiscali e previdenziali non inferiori ai 3000 euro annui. Sono cifre che un generalista difficilmente riesce a fronteggiare.
Questa fiscalizzazione insostenibile costringe l’ambulante dell’usato di fascia vulnerabile a un bivio decisivo: rinunciare al proprio lavoro o scegliere la strada dell’informalità. Nel secondo caso, due sono essenzialmente le opzioni: l’adozione di un falso status di “hobbista” (il venditore che dichiara di trattare solo cose che provengono dalla sua cantina ed è sottoposto a clausole come la rinuncia al diritto giuslavoratisco e il rispetto del limite di giornate di esposizione al mese), o il ricorso ai mercati non autorizzati. La prima conseguenza di questa caoticità è la proliferazione incontrollata di numerose piazze di vendita, che provoca una costante dispersione degli acquirenti e quindi un generale calo delle vendite. L’altro problema è chiaramente rappresentato dal rischio di multe dei vigili urbani. Quando il vigile mette in dubbio la lecita provenienza delle merci il problema è dimostrare che esse non siano state rubate (anche se chi conosce il settore può subito intuire che bambole, soprammobili e vecchi libri difficilmente potrebbero provenire da un furto). Contraddire l’accusa è difficile perché non esiste alcun tipo di tracciamento del rovistaggio nei cassonetti, che comunque non sarebbe legale.
Un’opportunità di superare questa situazione disfunzionale e svantaggiosa è arrivata nel 2009, con la legge n. 13, che nell’articolo 7-sexies, indicava un percorso di valorizzazione dei mercati dell’usato, aprendo la porta, tra le altre cose, a una pianificazione concertata del numero di mercati (meglio pochi, ma più grandi). Ma le concertazioni non sono mai state avviate e la legge è rimasta lettera morta.
Casi reali e difficoltà intrinseche
Nel libro Il salto della pulce si raccontano le difficoltà di Aleramo Virgili, che come volontario dell’Opera Nomadi di Roma aveva partecipato alla regolarizzazione di 5 mercati dell’usato, riuscendo a garantire un lavoro formale a 572 famiglie Khorakhanè. Nonostante il successo, tra il 2007 e il 2008 tutti i mercati vennero chiusi per volontà del sindaco, nonostante fossero ottimamente gestiti. La ragione fu che, in clima di campagna elettorale, sia la destra che la sinistra ammiccavano ai sentimenti xenofobi comuni a entrambi gli elettorati.
Nel 2010 fu fatto un altro tentativo da Osservatorio del riutilizzo, che prese in carico l’organizzazione di un mercato delle pulci sul Lungotevere Dante, sempre a Roma. Anche in questo caso il progetto non durò a lungo, questa volta per motivazioni interne alla comunità rom di cui erano coinvolte circa un centinaio di famiglie. L’iniziativa infatti prevedeva un versamento di 5 euro a ogni famiglia partecipante, quota simbolica e appena sufficiente a garantire la pulizia dell’area e poche altre spese vive. Ma a un certo punto venne alla luce che un gruppo di delinquenti guidato dall’esponente di una delle famiglie estorceva nascostamente altri 50 euro a nucleo. Le vittime dell’estorsione avevano paura a denunciare la vicenda alla polizia e il progetto fu costretto a chiudere. La conclusione che si trasse all’epoca è riassunta nelle parole dell’allora responsabile di progetto Gianfranco Bongiovanni, che disse: “le dinamiche interne della comunità rom sono troppo forti e radicate per pensare di superarle a partire dal semplice lavoro di un’associazione. A mancare, soprattutto, sono stati il supporto attivo della polizia municipale e un quadro normativo più chiaro”.
Un esempio virtuoso di regolarizzazione dei mercati informali è invece rappresentato dal caso degli ambulanti di Torino, che si sono auto organizzati nell’associazione Vivibalon. I motivi del loro successo sono stati una forte coesione interna e l’appoggio dell’amministrazione comunale, grazie a cui nel 2005 gli ambulanti hanno ottenuto l’istituzione di un’Area di libero scambio attiva e funzionante. La multietnicità del mercato garantisce protezione dalle dinamiche mafiose verificatesi nel caso di Roma del 2010, e l’attività dei ricettatori è impedita dal divieto di esporre le merci tipiche della ricettazione. Il modello torinese, per la sua efficacia e continuità, è un esempio di sistema regolarizzato e sostenibile che è in via di adozione anche in altri luoghi, tra cui Palermo con lo storico mercato di Ballarò.
Esempi di integrazione delle economie informali nelle pianificazioni ambientali: il caso di Brasile e Colombia
Se a un occhio europeo l’integrazione di queste economie caotiche nelle pianificazioni ambientali potrebbe sembrare controversa o irrealizzabile, nel Sudamerica è una realtà comune e diffusa, normata dalla legge, e riguarda il fenomeno dei raccoglitori di materiali riciclabili. In Brasile la legge quadro sui rifiuti, approvata il 2 agosto 2010, stabilisce che: “L’integrazione dei riciclatori di materiali riutilizzabili e riciclabili, coinvolgendo la responsabilità condivisa per il ciclo di vita del prodotto, è un principio della Politica nazionale dei rifiuti solidi” (Cap. II, art. 6, XII). “[…] il fornitore del servizio di igiene urbana darà la priorità all’organizzazione, messa in opera e messa a contratto di cooperative o altre organizzazioni di riciclatori […] formate da individui con basse entrate economiche” (Cap. III, art. 36, VI).
In Colombia, invece, a introdurre questo sistema è stato direttamente il Presidente della Repubblica con il decreto 1713 del 2002, che nell’articolo 9 stabilisce che “negli studi di pre-fattibilità e di fattibilità delle alternative per la Gestione integrale dei rifiuti solidi, le autorità distrettuali e municipali dovranno garantire la partecipazione e inclusione dei riciclatori e del settore solidale […]. Nell’articolo 67 il decreto specifica che tale coinvolgimento è finalizzato a “consolidare produttivamente queste attività e migliorare le condizioni di vita dei riciclatori”. L’articolo 81 ribadisce che “i municipi e i distretti assicureranno la partecipazione dei riciclatori nelle attività di recupero dei rifiuti solidi”.
I raccoglitori colombiani vengono chiamati i “recicladores de calle”, quelli brasiliani i “catadores de lixo”. Vogliono essere coinvolti in tutte le decisioni, agiscono in prima linea e non accettano di essere esclusi dalle normative, pena l’esibizione del loro più famoso slogan “il riciclaggio senza inclusione sociale è spazzatura!”.
Regolarizzare e rendere degno il loro lavoro costa molto meno che istituire un sistema centralizzato ex novo. Il conseguente coinvolgimento sociale di queste persone di fascia bassa non è l’esito di una azione paternalista o assistenzialista, perché il loro lavoro continua a essere duro e impegnativo. Leggi o iniziative analoghe a quella brasiliana e colombiana, anche se non altrettanto stringenti, sono in vigore in Argentina, Perù, India, Filippine, Tanzania, Sudafrica e altri Paesi del cosiddetto “Sud del mondo”.
Questi casi invitano a far riflettere su quello che sono le modalità dell’economia dei paesi considerati i più avanzati del pianeta. La sovrabbonzanza e la quantità di scarto a cui si assiste negli ultimi decenni è un’anomalia storica, affermano gli autori de La rivincita dell’usato. La società contemporanea, analizzata da Zygmunt Bauman in Vite di scarto (2005), produce scarti, esuberi, che sono strutturali e previsti dal suo stesso funzionamento. La disruption è un fattore costante. E spesso gli esuberi, gli scarti, sono esseri umani.
Il capitolo “Svuotacantine, rovistatori e riutilizzo di strada” di La rivincita dell’usato, a cui abbiamo fatto riferimento in questo articolo, si chiude con un passaggio emblematico:
“Osservando quanto succede tra strade, cantine e mercati delle pulci, si potrebbe dire che in Italia, come nel resto del mondo, gli emarginati più intraprendenti si riciclano riciclando. Quando sei fuori dal sistema, per campare devi utilizzare le risorse che si trovano fuori dal sistema. Oggi i beni usati, che sono tradizionalmente fuori dal sistema, si apprestano a diventarne parte in virtù delle politiche sull’economia circolare. Potranno queste politiche integrare nel sistema anche le persone che finora di questi beni usati hanno vissuto?”


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